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10 Dicembre 2006

Top Ten personale (dischi)

Non poteva mancare la top ten personale. Ormai è un giochino vecchio, ma resta il modo migliore per capire come una persona, attraverso i gusti personali, intende il mondo. Non si tratta dei dischi più importanti della storia del rock (forse) e nemmeno quelli che ho ascoltato di più (forse-bis), ma è musica che ha segnato momenti importanti della mia vita e la porto “dentro”, insieme a volti, parole, strade, città e tutta quella rumorosa, ma indispensabile chincaglieria chiamata “ricordi”.

AREA – Arbeit Macht Frei

Quando la parola “impegnato” voleva dire qualcosa, non rompeva il cazzo e si gli stadi si riempivano di gioia e rivoluzione, ma soprattutto di musica straordinaria come questa.

CLASH – London Calling / Sandinista

Lo so… è disonesto: questo non è un disco, ma cinque tutti insieme… però io non ce la faccio a dividerli. Nella mia mente sono un tutt’uno, un monolite musicale dove tutti generi ritrovano vigore ed hanno pari dignità. Dancefloor e politica, amore e rabbia, tutto quello per cui vale la pena di vivere, pochi dischi insegnano tanto come questi.

CURE – Pornography

Se ne parla anche nel mio romanzo “Il giorno in cui…” (sono io quello che dopo l’acquisto del lp, ho passato tutta la notte ad ascoltarlo) si tratta di droga letale e purissima. Qui dentro c’è tutto il male di vivere e da qualche parte, ma devo ancora trovarlo, il modo per venirne fuori.

GENESIS – Selling England by the pound

E’ l’unico disco, insieme a quello degli Area, che non ho vissuto in diretta, cioè quando è uscito ed è bizzarro che l’apprezzi, visto che detesto il progressive, ma qui siamo su un altro territorio, quello dei sogni ed io consumavo i solchi di questo lp (niente i-pod e nemmeno cd ai tempi) alternandolo a dischi punk o new-wave e non me ne vergognavo.

HUSKER DU – Warehouse: songs and stories

L’energia allo stato puro di una band che è durata troppo poco, oppure il giusto chi lo sa… ma gli Husker Du dopo aver incendiato il mondo solo con le loro canzoni (parole poche sia in interviste che nei concerti) si sono dissolti lasciando una traccia indelebile, come quei crateri giganteschi prodotti non si sa bene se da misteriosi meteoriti o da astronavi aliene.

NIRVANA – Nevermind

Scelta scontata, ma si può ben dire che c’era un mondo prima di Nevermind ed uno molto diverso dopo. Raro caso: bellissime tutte le canzoni. Un periodo eccezionale per la musica e nella mia vita. Cazzo quanto ci manchi Kurt… Tra parentesi ( ) il secondo nome di mia figlia è Nirvana.

POLICE – Reggatta de blanc

Questo genere non esisteva prima dell’arrivo dei Police e Sting era talentuoso, affatto un ragazzino, nonostante si atteggiasse a teppistello punk e, incredibile, anche simpatico. L’immediatezza scarnificata della new-wave nascente si sposava con l’incredibile perizia strumentale dei tre, ma quello che resta sono soprattutto i brani indimenticabili.

SMITHS – The Smiths

Altra “discovery of the hot water”, ma in pieno periodo Armani-style, dall’Inghilterra dei zozzoni new-romantic spunta la band più antiglamour del mondo ed è’ amore a primo ascolto. Il personaggio Morissey è kitch, con i gladioli in mano e l’amore confessato per le soap-opera, la voce è buffa, ma la musica è pop come non se sentiva dal tempo dei baronetti e le parole sono pugni nello stomaco. Nel pacchetto ci metto anche “This charming man” brano dello stesso periodo non presente però nell’album, ma che inserirei sicuramente in un’eventuale top ten dei singoli preferiti (se avessi voglia di compilarla).

SONIC YOUTH – Daydream nation

Questo non è un disco, ma un intero mondo, il mondo della “gioventù sonica” che fino a quel momento seguiva il solco di quell’avanguardia ispirata dal caos metropolitano, ma da questo disco inizia ad indicare la strada maestra per una musica nuova. Vedremo l’effetto qualche anno dopo. Qui siamo a metà strada di tutto, fra la veglia ed il sonno, fra l’incubo ed il sogno, fra New York ed il nulla. Un viaggio che si affronta con timore, ma appena terminato, si vuole ripercorrere immediatamente.

TELEVISION – Marquee Moon

Dopo anni di rock sinfonico ed in pieno periodo da febbre del sabato sera, Verlaine e soci infilarono una lama fredda nel cuore della musica rock, che già allora si dava per spacciata. Si accese all’improvviso una luce di un colore mai visto prima, qualcuno la chiamò “nuova ondata”, ma in tanti restarono stregati dalle chitarre taglienti e sporche che si avventuravano in assoli che non valorizzavano la tecnica, ma l’impatto emotivo e dalla voce straziata di Tom col cognome-da-poeta.

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