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6 Gennaio 2012

What a wonderful world (Racconto)

What a wonderful world - LOUIS AMSTRONG

Le cose ormai non funzionavano più fra Denis e Matilde.

Erano sposati da dodici anni e non avevano figli.

Non si trattava però di stanchezza, di una crisi dovuta al logorio del tempo, né sembravano, come si dice a volte, fratello e sorella, più che altro era finita la magia e nessuno lottava più per recuperare il terreno perduto.

Era l’ultimo giorno dell’anno e per la sera Denis aveva prenotato, grazie a svariate conoscenze, un ristorante al di fuori della portata della maggior parte delle persone; la tipica follia da fare  ogni tanto.

Nessuno dei due aveva voglia di star in compagnia dell’altro, ma almeno il lusso li avrebbe aiutati a sopportarsi.

Durante la mattina non scambiarono una parola, in perfetta simbiosi con le altre mattine. Denis chiese solo: “Come ti vestirai stasera?” non tanto per autentico interesse, ma per un barlume di curiosità che l’aveva sfiorato.

Matilde gli rispose senza neanche guardarlo: “Come vuoi che mi vesta, da Fata Turchina?”

Denis, per evitare di restare a contatto con lei, si rifugiò in cantina alla ricerca di alcuni attrezzi e casualmente trovò le statuine del presepe, le stesse di quando era un bambino. Aveva sempre fatto il presepe, anche nei primi anni di matrimonio. L’entusiasmo era poi scemato, fino sparire, come in quei tempi e si era quasi completamente dimenticato del Natale.

Un po’ se ne vergognava: tutti amano il Natale.

Pensò che fare il presepe, gli avrebbe ridato un po’ di buon umore, una piccola dose di quella gaiezza che prende i bambini nel periodo delle feste. Certo, il Natale era passato già da qualche giorno, ma i Re Magi dovevano ancora fare un bel po’ di strada, quindi nessuno poteva contestargli nulla.

Nessuno a parte sua moglie, ovviamente.

Quando si presentò in casa con lo scatolone, Matilde lo guardò preoccupata.

“Cosa hai lì?” chiese.

Denis rispose tranquillamente “La roba del Natale, voglio fare il presepe”

La moglie si mise a ridere “Dico, stai scherzando, spero”

Lui non le rispose, appoggiò la roba sul tavolo della cucina e si mise a scartabellare. Matilde tornò alla carica “Ma sei proprio scemo! Io lavoro ore intere per tenere questa casa in ordine e tu la devi sempre riempire di merda!”

Denis capì che stava per incominciare una di quelle interminabili e furenti discussioni che alla fine lasciavano un grande amaro in bocca.

Per la prima volta però non si sentiva umiliato, non aveva voglia di lasciar perdere, era anzi, un bel po’ incazzato.

“Perché non la pianti di rompermi le palle e mi lasci in pace? Questa è anche casa mia”

Matilde lo guardò a lungo cercando di comunicargli tutto l’odio che provava per lui senza usare parole, ma alla fine non ce la fece.

“Sei proprio un idiota! Non riesco a capire come cazzo ho fatto a sposarti”

Denis scagliò per terra le statuine del presepe

“Guarda cretina che esiste il divorzio! Perché non ci pensi su seriamente, così starai meglio tu, ma soprattutto starò meglio io! Il problema è che tu non avrai mai il coraggio di affrontare sul serio il problema, se non sarà tua madre a dirtelo!”

Dagli occhi di Matilde spuntò una lacrima ed anche questa non era una novità. Appena suo marito infatti la metteva alle corde, oppure la insultava, lei iniziava a piangere.

L’incazzatura di Denis di solito a questo punto aumentava, poi lei gli mollava uno schiaffo ed allora lui capiva di aver passato la misura e se ne vergognava.

Matilde fece il consueto gesto, ma il clima era cambiato: suo marito non si sentiva affatto in colpa e di lei non gli fregava più nulla.

Le bloccò il braccio e lo torse fin quasi a spezzarlo, poi le rifilò due ceffoni da far tremare anche un pugile e si sentì come liberato da un peso, mentre sua moglie, che era caduta, lo guardava terrorizzata.

Un silenzio irreale dominava la casa dopo tutto quel casino. Denis si beò di quella quiete e capì che la pace, quella vera, non era certo fra le mura domestiche.

In un passò dalla cucina alla sala da pranzo, afferrò il cappotto al volo ed uscì senza neanche guardare Matilde che, allibita, era ancora in lacrime, seduta sul pavimento.

Fuori faceva un gran freddo, ma a Denis non importava. Era felice, dopo tanto tempo si sentiva libero ed orgoglioso; finalmente aveva fatto vedere a sua moglie chi dei due fosse il più forte. E poi, sua moglie? Ormai non lo era più, l’aveva capito. Doveva andare così; era dura da mandar giù, tanti anni della propria vita buttati via, ma la vita non era ancora finita.

Un nuovo anno, un nuovo Denis, stava pensando mentre a passi veloci si avvicinava al centro della piccola città dove abitava.

Al Bar della Piazza trovò alcuni amici, guarda caso parlavano proprio di come avrebbero trascorso la serata. Per Denis però non ci fu molto da tirar su.

I programmi erano tutti risaputi e noiosi, ma in fondo non era più certo un ragazzino ed i tempi delle ansie per una festa erano finiti da un pezzo.

Chi lo passava in famiglia, chi in casa da amici; un altro sapeva di una festa a casadiDio, organizzata da chissàcchì; ma nessuno pareva entusiasta delle ore prossime a venire. Non erano motivati e vogliosi di vivere come lui.

Scoraggiato, salutò tutti e se ne andò. Gli venne in mente che le amiche di sua moglie si trovavano spesso in un caffè pasticceria lì vicino. Visto che erano quasi tutte divorziate, poteva essere un posto ideale per fare degli incontri interessanti. Presto anche lui sarebbe entrato nella categoria dei “separati”, ormai un autentico esercito e la cosa non lo rendeva affatto triste.

Denis non trovò il caffè molto affollato, così si sedette ad un tavolo ed ordinò un cappuccino. Trascorse quasi un’ora senza che nessuno di sua conoscenza si facesse vivo. Stava quasi per andarsene da un’altra parte, quando sentì chiamare il suo nome. Incuriosito si voltò. Era Teresa una vecchia amica di sua moglie che da un po’ di tempo non si vedeva in giro.

Di lei si narravano varie leggende; era stata sposata due volte ed altrettante volte aveva divorziato. Per i poveretti che avevano avuto la sfortuna di infilarle l’anello nuziale, era stato un inferno.

La sua voracità la spingeva a cercare continuamente nuove avventure.

L’ultimo marito era impazzito e l’aveva mandata all’ospedale quasi in fin di vita. Per questo, dicevano le solite malelingue, non si era più vista in giro.

Proprio quel giorno ricompariva davanti a Denis e lui pensò che non fosse un caso. Era una quarantenne sensuale ed affascinante, probabilmente la persona giusta per riaccendere quel fuoco spentosi in tanti anni di ménage matrimoniale.

“Come stai?’ E’ tanto che non ci vediamo” esclamarono quasi all’unisono, poi passarono ai soliti convenevoli, per metà falsi e per metà eccessivi. Denis snocciolò una serie di complimenti solo in apparenza sinceri e disinteressati, della cui consistenza Teresa era ben informata, vista la sua esperienza, ma di cui si beò lo stesso.

Ad un certo punto la bella signora non poté sottrarsi dalla consueta domanda “…e tua moglie?” Denis si trovò impacciato e per questo si maledì, ma non era ancora abituato ad affrontare la situazione con nonchalance.

Fu Teresa ad aiutarlo “Le cose non vanno bene, eh?” e nei suoi occhi comparve, veloce come un lampo, un barlume di gioiosa perfidia.

“Già…” sospirò lui “Sai com’è…” continuò la donna incerbiattendosi ulteriormente “La vita è fatta così, anch’io, come te, sono stata molto sfortunata. Il destino però evidentemente ha voluto che ci incontrassimo.” Proprio la prima cosa che Denis aveva pensato.

Era il momento di passare all’attacco; aveva la certezza che Teresa era una troia: quello di cui aveva bisogno in quel momento. “Cosa fai stasera?” le chiese. Lei ci pensò su un attimo, poi storse la bocca “Purtroppo ho un impegno con delle persone, preso  da tanto tempo, sai… familiari…” sembrava  dispiaciuta sul serio, ma poi la sua espressione tornò ad essere gioviale.

“Perché non vieni a pranzo da me?” Denis restò sorpreso dalla celerità con cui avvenimenti e sensazioni si accavallavano, ma si convinse che il suo fascino, nonostante l’arida convivenza con Matilde, fosse rimasto intatto e si sentì enormemente gratificato.

“Abito qui vicino” disse ancora Teresa “E’ un appartamento piccolo, ma molto accogliente”. Denis decise di buttarsi.

Fu tutto molto più rapido di qualsiasi rosea previsione. Appena entrati in casa e chiusasi la porta dietro le loro spalle, Teresa lo baciò.

Più tardi preparò un pranzetto delizioso e subito dopo al caffè erano nel letto.

Dopo gli strofinamenti, le carezze, i baci e l’ansimare, si ritrovarono sudaticci, a fumare mentre guardavano il soffitto. Fu tutto talmente rapido da essere quasi deludente.

Non era né un’avventura, né un adulterio, sembrava una scena scadente da filmetto trasmesso in tv alle quattro della mattina.

Addirittura lui le chiese se le era piaciuto e lei rispose con il più trito “Sei stato magnifico”.

Denis subito dopo si era anche addormentato, fu il telefono nell’altra stanza a svegliarlo, finse però di essere ancora assopito. Gli sembrava una sciocchezza, ma c’era qualcosa che non quadrava, voleva quindi restar lì a pensarci su. Teresa andò a rispondere, velocemente e senza far rumore.

Denis sentì la donna ridere sommessamente e la cosa lo incuriosì, si avvicinò alla porta socchiusa per ascoltare. Teresa sghignazzava “Si ti dico…” diceva con foga controllata “L’ho incontrato in un bar, si è un bell’uomo, ma a letto è uno strazio.. si sai, si è appena separato dalla moglie… Stasera? No, non se ne parla neanche, ne ho avuto abbastanza! Stasera andiamo in quel posto, quel pub, dove abbiamo incontrato quei due che…” Denis non ascoltò oltre. Andò a rivestirsi lentamente, ma quando ebbe terminato Teresa era ancora al telefono. Meditò di interromperla, andare di là e dirle che cosa pensava di le, ma sarebbe stata una cosa stupida, allora uscì di casa in silenzio. Decise che da quel momento non ci avrebbe più pensato.

Fuori continuava a fare un gran freddo e questa volta si sentì infastidito; era anche meno sicuro di qualche ora prima.

La strada per la felicità aveva più salite di quanto potesse pensare e la libertà che inseguiva non si faceva afferrare; ogni volta che provava a liberarsi da una catena, ne scopriva una più resistente.

Vagò per un altro paio d’ore per la città, senza meta e senza idee.

Per la seconda volta, in quella giornata. qualcuno lo richiamò ad alta voce.

Questa volta era un uomo, ma era abbastanza lontano e non riuscì ad identificarlo “Denis non mi riconosci? Sono Fabrizio!” Anche il nome, lì per lì, non gli diceva molto e solo quando l’uomo gli fu vicino capì di chi si trattava “Cazzo, sei tu!” esclamò Denis.

Non avrebbe mai pensato di incontrare quella persona in un giorno come quello. Fabrizio era un amico di tanto tempo prima e non si vedevano da anni.

Da ragazzi erano andati insieme in giro per l’Europa in autostop, quasi scappando da casa, perché i genitori erano contrari.

Ne avevano combinate di tutti i colori insieme, ma qualche anno dopo Fabrizio si era trasferito in un’altra città e con il trascorrere del tempo, ne aveva perso le tracce.

Ora ce l’aveva di fronte e non era cambiato molto. “E’ incredibile!” commentò Denis “Oggi incontro le persone più strane”

Fabrizio si mise a ridere “Sarà perché è l’ultimo giorno dell’anno” esclamò.

Nonostante il freddo si sedettero su una panchina ed incominciarono a parlare; i ricordi del passato comune fecero dimenticar loro il rigore dell’inverno.

Ognuno raccontò anche delle esperienze più recenti e Denis non poté tacere il momento di crisi con sua moglie; questa volta però fu meno categorico, si limitò ad accennare ad un futuro non proprio idilliaco. Parlare di questo, per la prima volta da quando aveva litigato con Matilde, gli fece male.

Fabrizio se ne accorse e cambiò argomento. “Che fai stasera?” chiese.

Denis si oscurò, non aveva alternative allo star da solo “Niente.. non è un gran momento questo…” L’amico sorrise “Allora è proprio il caso che ti inviti! Sai stasera per l’occasione a casa mia, quella vecchia te la ricordi, vero? Ecco, lì mi ritrovo con alcuni vecchi amici che dovresti conoscere anche tu; e chissà da quanto tempo non vedi. E’ una bella occasione non trovi?”

Denis non aveva mai amato le rimpatriate, ma quella sera era destinata a diventare speciale nella sua vita, così accettò.

L’idea poi di rivedere Fabrizio ed altre persone legate a tempi più felici, non gli dispiaceva così tanto. Dopo altri dieci minuti si salutarono, mettendosi anche d’accordo sull’orario del rendez-vous.

Denis si sentì più sollevato; l’incontro con Fabrizio gli aveva ridato un po’ di fiducia sul suo futuro, al punto che decise di telefonare ad Matilde. Le voleva dire che non si fosse preoccupata, che stava bene, anche se non sarebbe tornato a casa.

In verità voleva sentire la voce di sua moglie, anche se non lo ammetteva o proprio non se ne rendeva conto.

Nella fretta si era dimenticato il cellulare, così poteva farlo solo da un telefono pubblico.

Appena rientrato al Bar della Piazza incontrò suo cugino. Dopo gli auguri di rito, Denis cercò di liberarsene, anche perché non voleva telefonare troppo tardi.

Prima di salutarlo, disse a suo cugino “A proposito, sai chi ho incontrato oggi? Non ci crederai mai: Fabrizio. Quello con cui sono scappato di casa”

L’altro lo guardò con aria incuriosita ed era normale. Meno normale fu il suo commento “Ma tu devi essere completamente scemo!”

Denis  ci rimase male e chiese il perché di quella risposta “Fabrizio è morto tre anni fa. In un incidente stradale! Tu eri in vacanza alle Seychelles con tua moglie. Sono andato anche al suo funerale, te lo volevo dire al tuo rientro, ma poi mi sono dimenticato”

Denis pensò ad uno scherzo di cattivo gusto e mandò a quel paese suo cugino, che però rincarò la dose “Ascolta idiota, io ho visto la cassa con questi occhi. Sua madre e sua moglie piangere come fontane. Se non ci credi, fatti fottere!”

Denis sentì dei brividi corrergli lungo la schiena.

Che cosa gli era accaduto? Un sogno, o meglio, un incubo? Oppure solo un tragico equivoco, od un pessimo scherzo? Doveva sapere. Si ricordò che lì vicino c’era la biblioteca comunale, dove tenevano tutti i giornali locali e non. Se aveva ragione suo cugino e la cosa lo faceva star da cani, doveva essere accaduto nella prima quindicina di febbraio di tre anni prima.

Corse fuori come un razzo; era abbastanza tardi, ma forse la biblioteca era ancora aperta. Infatti quando arrivò riuscì ad entrare, ma gli dettero solo un quarto d’ora di tempo.

Si fece consegnare un plico di giornali rilegati ed incominciò a sfogliare.

La sua ricerca durò pochissimo: dopo una decina di pagine, trovò la foto di Fabrizio che campeggiava, insieme ad altre due, sotto una scritta a nove colonne “Sciagura all’incrocio della morte”.

Lesse anche l’articolo, ma a parte la dinamica dell’incidente, che a lui interessava ben poco, trovò la conferma, come se ce ne fosse stato bisogno, dei dati anagrafici di Fabrizio, che coincidevano con le sue informazioni.

Uscì dalla biblioteca sconvolto. Adesso aveva veramente bisogno di sentire una voce amica e l’unica persona che gli veniva in mente era sua moglie. Tornò al Bar della Piazza per telefonare.

Per fortuna suo cugino se ne era andato. Il telefono era però occupato, Denis aspettò. Quell’uomo aveva più o meno la sua età e non si era accorto di lui. Parlava ad alta voce, sembrava disperato. “Certo che ti amo” disse “Ma non posso fare diversamente. Vedrai è meglio per tutti e due” Denis intuì che stava piangendo “Lo so che te l’avevo promesso, ma lei è mia moglie, non ce la faccio a distruggere tutto. Scusami e cerca di dimenticarmi” Appoggiò la cornetta bruscamente poi si accasciò sull’apparecchio, singhiozzando.

Denis si allontanò in silenzio ed uscì dal bar, non se la sentiva più di chiamare.

L’appuntamento era per le ventuno e fino a quell’ora Denis non si dette pace, cercò di convincersi che tutto era frutto di un errore, di un equivoco, ma provava anche una forte sensazione di paura. Pensava spesso anche a Matilde, ma non sentiva di volerle bene, anzi la odiava “E’ opera sua questa. Una vendetta, una fattura, o forse una droga” Non capiva che stava pensando solo a delle stronzate, ma sapeva che la risposta l’avrebbe trovata in quel posto.

Alle ventuno era davanti alla casa ad un solo piano, dove Fabrizio aveva vissuto da ragazzo. Tra l’altro credeva che quell’edificio non esistesse più, che fosse stata demolito e questo accrebbe il suo stato d’ansia.

Suonò il campanello e chiuse gli occhi.

“E’ solo uno scherzo” disse fra sé e sé. Sentì la porta aprirsi. Spalancò gli occhi e vide davanti a lui Fabrizio, sorridente come sempre.

Entrò senza salutare, senza dire una sola parola.

“Qualcosa non va?” chiese l’amico, preoccupato.

Denis non sapeva cosa rispondergli, non poteva certo dire “Che ci fai tu qui? Non lo sai che sei morto da tre anni?”

Fabrizio lo invitò a seguirlo in sala da pranzo, prima che varcasse la soglia Denis lo bloccò. “Ascolta, volevo chiederti una cosa… è successo qualcosa… qualcosa di molto strano” l’amico lo guardò con aria divertita, quasi di sfida “Ci sarà sicuramente un equivoco ma…” continuò Denis “Ho visto un articolo, in cui c’era scritto che tu eri morto in un incidente stradale!”

Fabrizio sfoderò un sorriso ancor più sfavillante “Non c’è niente di strano” disse con sicurezza “E’ la verità: io sono morto!” Denis iniziò a sentirsi male, il suo amico aprì la porta della sala da pranzo e lo invitò ad entrare “Qui dentro siamo tutti morti” Denis, sempre più allucinato, fece quei pochi passi che gli permettevano di entrare nella stanza.

A sorpresa fu accolto da un festoso frastuono e, nonostante i saluti e le pacche sulle spalle, sul momento non riuscì a riconoscere nessuno, poi la nebbia dei suoi ricordi incominciò a diradarsi.

C’era Carlo, il suo compagno di banco alle elementari, anche lui morto da poco in un incidente e Nora, la sua ragazza di quando aveva vent’anni, che dopo essersi lasciati, era precipitata nell’abisso dell’eroina, facendosi poi stroncare come tanti da un’overdose.

C’era un’altra sua ex: la dolce Rita, che invece se n’era andata per un tumore tanti anni prima. Altre persone non riusciva a ricordarle, conoscenti lontani, amici di un solo mese, con cui comunque aveva diviso qualcosa e che erano passati, è proprio il caso di dirlo, a miglior vita, visto che erano tutti splendidi, in perfetta forma e sorridenti; in pratica dei morti pieni di voglia di vivere.

Denis aveva dimenticato la paura che l’aveva accompagnato fin lì, ora viveva in un bellissimo sogno ed era già stato conquistato dal clima di dolce abbandono di quella festa assurda. Gettò lo sguardo verso la cucina e notò un’altra persona, una donna che stava preparando da mangiare.

Questa volta ci mise un attimo a riconoscerla, ma non poteva sbagliarsi “Mamma!” esclamò; lei si girò sorridendo e lo salutò come se si fossero visti dieci minuti prima.

Denis entrò in cucina e la guardò, mentre la donna continuava tranquillamente a preparare il cenone. Del resto sua madre era sempre stata così, stare dietro ai fornelli era la cosa che la rendeva più felice. Era morta una decina di anni prima, così, senza soffrire, senza aver mai sofferto di nulla. Suo padre, non si riprese mai più da quel dolore, si ammalò e dopo tre anni la raggiunse.

I ricordi e le emozioni lo stavano sopraffacendo, così si mise a sedere. A stento riuscì a parlare “Mamma… c’è anche…. anche il babbo?” Questa volta la donna divenne scura in viso “No, purtroppo” disse, sedendosi vicino a lui. “C’è una cosa che non hai mai saputo. Tuo padre non è morto per una crisi di cuore, si è tolto la vita. Non riusciva più a vivere. I suicidi sono anime inferiori e non possono stare con noi, possono solo parlarci ogni tanto.”

Denis aveva sempre avuto quel sospetto, ma mai la certezza. Avevano trovato il corpo di suo padre senza vita, una mattina, nella sua camera da letto e pensavano che fosse semplicemente arrivato il suo momento dopo tanto soffrire. Il dottore gli aveva fatto notare che sul comodino c’era una scatola di potenti sonniferi completamente vuota, ma il dolore era già tanto e nessuno andò oltre. Fabrizio entrò in cucina “Allora, quando si mangia?” La donna incominciò a sbraitare, come aveva sempre fatto anche con suo figlio.

Denis si mise a ridere, così gli tornò il buon umore, era un’esperienza fantastica trovarsi lì.

Arrivarono anche gli altri invitati e si misero a chiacchierare con lui. Gli chiesero che cosa faceva, come viveva, come stava. Denis rispondeva a quelle domande con estrema gioia ed i suoi amici facevano altrettanto; non si era mai sentito così bene. “Tutti a tavola!” urlò sua madre all’improvviso, poi lo fissò “Tu invece devi andare” disse; restò sorpreso, non capiva. Intervenne Fabrizio “Si è vero, adesso devi andare. Scusa se te lo dico, anche se la cosa non dovrebbe dispiacerti, tu non sei dei nostri!”

La madre divenne severa “E poi devi andare a casa tua. Da tua moglie”

Denis cercò di ribellarsi “Ma io sto bene qui, con voi!”

La donna lo fulminò con lo sguardo, Fabrizio invece gli parlò con calma “Vieni, ti devo far vedere una cosa” Seguì l’amico con una certa apprensione, che svanì quando l’altro accese la televisione, Denis protestò “Ma ti sembra il momento?” Fabrizio lo zittì “Guarda bene, non è un apparecchio normale” Le immagini non erano molto nitide, c’era un vecchio seduto su una poltrona.

Presto gli fu tutto chiaro.

“E’ mio padre” disse quasi strozzato dall’emozione.

Era solo, triste e con lo sguardo perso nel vuoto. “No, non è tuo padre” disse Fabrizio “Sei tu, è il tuo destino, se vorrai continuare a vivere senza amore”

Denis terrorizzato guardò l’amico.

“Si è fatto veramente tardi, è ora che tu vada” gli sentì ripetere; lui disse di si e salutò tutti. Strinse le mani, baciò ed abbracciò tutti, in particolar modo sua madre, che stava già servendo a tavola.

Fabrizio lo accompagnò all’uscita, una volta fuori gli dette una pacca sulla spalla e gli augurò buona fortuna.

Denis camminò per un po’ guardando avanti, poi non resistette e si voltò.

Come si aspettava la vecchia casa di Fabrizio era sparita, al suo posto c’era un cantiere; aveva ragione a credere che fosse stata demolita.

Ad un tratto realizzò che era veramente molto tardi e si mise a correre. Quando arrivò a casa era senza fiato e con un gran male alle gambe.

Entrò gridando “Matilde!”, ma non ebbe risposta. Si accasciò al suolo sia per la stanchezza che per il dolore.

Iniziò a rimuginare, ma non aveva la più pallida idea di dove potesse essere sua moglie. Da sua madre forse, ma poi si ricordò che la suocera era in montagna;  gli venne in mente la prenotazione al ristorante. Nonostante fosse distrutto, scattò in piedi e corse via di nuovo. Andò in garage, ma l’auto non c’era, probabilmente l’aveva presa Matilde, ma per andare dove? Quella domanda lo faceva impazzire.

Prese allora la bicicletta, che non usava da mesi ed aveva le ruote sgonfie e con gran fatica partì alla volta del ristorante. Per tutto il tragitto pregò che sua moglie fosse là; quando arrivò nel piazzale antistante, però non vide l’auto ed incominciò a disperare. Dal locale usciva una musica assordante ed un gran chiasso di urla e risate, poco lontano invece c’erano tre o quattro punk ubriachi che stavano prendendo a calci un bidone dell’immondizia.

Era ormai la mezzanotte, sentiva già le grida del conto alla rovescia.

Si bloccò davanti all’ingresso del ristorante, aveva paura, se non avesse trovato lì sua moglie, dove sarebbe andato poi? E quando l’avrebbe trovata un giorno, se lei non ne voleva più sapere di lui?

Improvvisamente la porta si spalancò ed uscì una donna: era Matilde.

A Denis si aprì il cuore, lei invece era in lacrime. Indossava uno splendido vestito nero ed argento, con un vertiginoso decoltè.

Matilde diventò sprezzante “Che ci fai qui? Vatti a divertire con i tuoi amici, o meglio, con qualche tua amica”

Denis si avvicinò “Io voglio stare con te”

Proprio in quel momento scoccò la mezzanotte, le grida nel ristorante aumentarono a dismisura e dalle finestre delle case circostanti iniziarono a sparare petardi e mortaretti, sembrava di essere sotto un bombardamento.

Denis e Matilde si abbracciarono.

Dal locale si levarono le note di un valzer viennese.

“Permette un ballo?” disse Denis, Matilde sorrise, così si lanciarono nella danza.

Uno dei punk li notò e gridò agli altri “Ehi! Guardate quei due!”

Si misero tutti a ridere, poi si avvicinarono per osservarli meglio. Uno di loro, dall’enorme cresta rossa, si rivolse ad una ragazza rasata e con l’orecchino al naso e fece un inchino, invitandola alle danze.

Lei sorrise ed acconsentì, rispondendo altrettanto cerimoniosamente, con un altro inchino.

Dopo due minuti anche gli altri, li seguirono.

Denis e Matilde guardarono i punk volteggiare sulle note di Strauss e capirono finalmente che il mondo, poteva anche essere meraviglioso.

Dipendeva solo da loro.

Archiviato in: Racconti — Stefano @ 01:18

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