Stefano Bon Official Website

22 Febbraio 2011

Il grande freddo

Per chi non lo sapesse, i giorni della Merla sono i più freddi dell’anno, quelli di fine gennaio. Il freddo non è più dunque un sensuale avviso di cambiamento come può esserlo il primo vento autunnale, od una robusta e gioiosa compagna di giochi come la neve natalizia, ma un glaciale sentimento interiore che ti avvicina al freddo della notte eterna, della morte. Troppo lontani dalle feste gli ultimi giorni di gennaio e troppo distanti anche dalla primavera per non essere portatori di pensieri cupi e per non maledire quel rigore senza speranza. Caterina Cavina coglie nel suo romanzo “La Merla” proprio questo grigio clima da inverno perenne, innervandolo però di colori  magici. E’ un libro duro “La Merla”, pagine veloci che non si perdono in preamboli od in inchini o capriole, ma che vanno dritti alla carne, feriscono, scorticano, bruciano perché, sembra incredibile, ma il ghiaccio, quello vero, brucia. La protagonista è una che arriva da lontano, anzi diremo di più: esiste da sempre. Il suo mondo è fatto di riti arcaici, dove morire è meglio che vivere; un mondo immoto, perso in elementi del tempo atmosferico che non lasciano scampo, nebbia ed altro freddo ancora per irrigidire ulteriormente una vita in cui quelli che ti stanno più vicini sono i primi da cui ti devi guardare. Non si pensi però che “La merla” sia un libro immerso in una cappa di dolore, con un’investigatrice immortale ed il suo cane invisibile c’è anzi un’ironia di fondo, forse involontaria, o forse no che ci fa sorridere dei vari “investigatori dell’incubo” o “sensitivi col distintivo” che spadroneggiano sull’accadì satellitare. Non si capisce piuttosto perché non debba venire l’acquolina in bocca ad un lungimirante produttore per serializzare questa ragazza uccisa, ma non morta che indaga col trucco dato che può parlare con i defunti. Il tutto però senza alcuno stupore, ma con un disincanto tipico del cinismo della bassa, dove si pensa soprattutto a chiavare e far soldi. C’è chi ha parlato di gotico rurale, definizione non peregrina, ma che forse svia l’attenzione dal nucleo centrale del romanzo che non è l’orrore per il corpo: martoriato, rigonfio, deriso, ma l’ossessione per il corpo: grasso, odoroso, disponibile; nemmeno si trattasse del famoso maiale da ammazzare (antica pratica contadina invernale) di cui non si butta via nulla. Del resto la fatica precedente di Caterina si intitolava “Le ciccione lo fanno meglio” e se è vero o no non lo sappiamo, ma la dice lunga sull’ironia che adorna di merletti tutta la decomposizione messa in scena in questo romanzo od anche sulla tragicità di una condizione fisica senza rimedi; perché tutto si gioca fra due aggettivi “crasso” e “grasso”, in un luogo bizzarro e spietato dove la bellezza interiore e quella esteriore han preso due strade diverse perché non si sono mai amate. Alla fine è poi una nebbia di malinconia a stendersi come un velo ottundente sulle vicende de “La Merla”, rendendoci consapevoli che il giorno dopo tutto sarà come prima, sebbene in verità nulla sarà mai più come prima e tutto il sortilegio della scrittura di Caterina è fra queste pieghe (e piaghe) del destino.

Archiviato in: Come?, Recensioni — Stefano @ 23:51

1 Commento »

  1. sei sempre il migliore!

    Commento di ammiratrice — 15 Dicembre 2011 @ 12:29

Lascia un tuo commento