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23 Aprile 2009

Summertime - Janis Joplin (Racconto)

Il caldo afoso… il sole che brucia… la straordinaria voce di Janis in quella che è la sua migliore e più sentita interpretazione…

L’auto filava via veloce e senza alcun rumore. 

Sembrava bruciare i chilometri, come bruciava tutto lì intorno: i campi, la strada, le poche persone incontrate.  

Tutto era prossimo a prendere fuoco, nel caldo di quel giorno. 

In fondo era stata una giornata incendiaria: le urla, gli spari, il sangue, i morti, le corse. 

Tutto aveva contribuito a rendere il clima ancora più rovente. 

Ora che lui era solo, che era rimasto solo per l’esattezza, quella strada che percorreva come un proiettile, gli appariva insidiosa, pronta a liquefarsi da un momento all’altro ed a inghiottirlo. 

Oppure sarebbe stata la campagna ad andare in fiamme e circondarlo, per poi assalirlo, nel più assassino dei modi. 

Non vedeva l’ora che sparisse il sole. 

Non vedeva l’ora che fosse notte. 

Non vedeva l’ora che fosse fresco. 

Intanto quella strada nonostante la velocità non finiva mai e l’aria continuava ad odorare di polvere da sparo. 

Ad un tratto sentì uno strattone, un rumore sporco, come se fosse finito con la faccia in una pozzanghera. 

Pensò che l’avessero individuato e che gli avessero sparato, che l’avessero individuato. 

L’auto perse velocità e si fermò subito. 

Aveva finito la benzina, ecco tutto. 

La cosa più stupida che potesse capitargli. 

L’indicatore del serbatoio era guasto, ma c’era da dubitare che al padrone (quello vero) dell’auto fregasse qualcosa; ora che si trovava in un fosso con un buco in mezzo agli occhi. 

Guardò davanti e dietro sé. 

Quella strada, quell’unica strada, si perdeva oltre l’orizzonte ed era sempre pronta a sciogliersi la maledetta, facendosi prima una gran bella e grassa risata. 

Avanti un chilometro circa si intravedeva una casa. 

Non c’era, lì in giro, nulla che potesse fare ombra. 

Era estate. Era mezzogiorno circa. 

Non certo uno dei momenti più belli di una vita. 

Si incamminò verso la casa e se la distanza abitualmente si poteva percorrere in brevissimo tempo, in un’occasione del genere poteva essere assimilata ad una delle fatiche d’Ercole. Ogni passo era uno sforzo sovrumano. Quel dannato asfalto aveva catturato i piedi e li mollava a fatica. 

Dopo un’eternità di tempo giunse nei pressi della casa. C’era un gran silenzio da quelle parti, era la prima volta che ci faceva caso, ed anziché dargli un senso di pace, lo angosciava. 

Entrò nel cortile, tutte le persiane erano chiuse; nella casa cercavano forse di imprigionare il fresco ed avevano ragione. Chiamò un paio di volte, ma nessuno rispose. Dopo aver aggirato l’edificio notò in lontananza un uomo che lavorava nei campi. 

Urlò ancora ma l’altro non riusciva a sentirlo. Allora decise di avvicinarsi, con calma, cercando di non insospettirlo. 

L’uomo stava vangando il terreno, nonostante quel sole omicida. 

Quando fu vicino lo chiamò. Il contadino si voltò e lo guardò cupamente. Era un vecchio decrepito, magro ed incartapecorito. Un autentico miracolo che riuscisse ancora a lavorare con quell’energia. 

Non disse nulla e subito si rimise a vangare. Non parve ascoltare le parole dell’ospite, che prima incespicò in deboli scuse, poi avanzò precise richieste di aiuto, per approdare infine a delle vere e proprie minacce. Gli puntò contro la pistola, ma non sparò quando tornò ad incrociare lo sguardo tetro del vecchio. 

Decise allora di andarsene visto che quello forse, era solo un povero vecchio scemo. 

Tornò lungo la strada in attesa di qualcuno di passaggio. Ogni tanto dava un’occhiata al vecchio in lontananza, che continuava a lavorare alacremente e gli sembrava incredibile, visto che per lui era faticoso anche respirare. 

Tra l’altro Dio si era dimenticato di quella strada e nessuno l’aveva percorsa da quando era lì. Pensò che il primo che fosse passato l’avrebbe bloccato in qualsiasi maniera. 

Voleva andarsene da quel posto. Però ne era anche attratto. 

Era come se sentisse che lì gravava una maledizione, ma allo stesso tempo stesse per avvenire un miracolo. Forse era solo il troppo tempo trascorso sotto il sole. 

Continuava a non vedersi nessuno, così decise di forzare gli eventi. Sarebbe tornato indietro, entrato in casa, rifocillato, riposato e poi avrebbe visto tutto con occhi diversi; così avrebbe potuto riflettere serenamente sul da farsi. 

Se il vecchio avesse protestato, l’avrebbe ammazzato. Non era una cosa nuova per lui. 

Dopo mezzora circa era in un letto fresco, dissetato e con lo stomaco pieno. Finalmente dopo tanto poteva riposarsi di riposo vero. 

Uno stato di rilassamento totale, come se uno avesse vinto una guerra durissima e sapesse con certezza che non avrebbe più dovuto combatterne. Sorrise a quest’idea e si addormentò. 

Non sapeva quanto tempo era passato, quando un rumore lo svegliò. 

Probabilmente si trattava del vecchio. 

Sotto il cuscino teneva la pistola. La porta si aprì. Impugnò l’arma. 

Intravide una figura femminile che entrò e richiuse la porta. L’idea che il vecchio non vivesse da solo lo disturbò, ma quando la ragazza nella penombra iniziò a spogliarsi non ci pensò più. 

Da quel poco che si capiva pareva giovane e ben fatta. Completamente nuda si distese anch’essa sul letto. Sospirò di piacere nel toccare le morbide e fresche lenzuola. Lui mollò l’arma, sentiva che poteva fidarsi. 

La ragazza allargò le braccia per distendersi meglio e gli toccò il torace. A quel contatto gridò e saltò sul letto. Non sapeva, né si era accorta di lui, entrando nella camera. 

Lui le saltò addosso, nel tentativo di bloccarla; lei lottò per pochi secondi, poi si fece avvolgere volentieri dal corpo di lui. Il suo profumo inebriò l’uomo, che arrivò velocemente al massimo stato d’eccitazione. 

Lei intanto era tornata dopo tanto tempo a toccare della carne giovane e si sentiva nuovamente viva. 

In un attimo diventarono una cosa sola, la stessa scultura di pelle dedicata al piacere più profondo. 

Alla fine dell’amplesso si abbandonarono con l’idea di ritrovarsi al più presto e si addormentarono. 

Quando si svegliò la ragazza non c’era più. 

Pensò ad un sogno, ma ne avvertiva ancora l’odore. 

Ebbe paura, come se quella stanza fosse diventata un’orrenda prigione. 

Si alzò e si rivestì, uscendo di corsa. Trovò la ragazza in cucina, stava preparando da mangiare. Lo salutò con un sorriso dolce. Si sentì molto meglio. Per un po’ non parlarono. Fuori dalla finestra s’intravedeva il vecchio ancora impegnato a scavare, ormai doveva essere un bel buco grande. “E’ tuo nonno?” chiese con finto disinteresse “No, è mio marito” rispose lei con eccessiva naturalezza. 

Sembrava un film già visto decine di volte. 

Il vecchio aveva finito di scavare e si avvicinava alla casa, lui avvertì un senso di pericolo, ma lasciò perdere, tra l’altro aveva lasciato la pistola in camera da letto. 

Cercò conforto dalla ragazza “Come ti chiami?” chiese “Sole” rispose lei , ma anche quel nome lo inquietò. Lo riportò alla sgradevole sensazione di ore prima, lungo strada ad attendere qualcuno che passasse. 

Il vecchio entrò in casa, sempre senza proferire parola si mise a tavola. Anche Sole si sedette e visto che c’era un terzo piatto li seguì. 

Fu una cena particolare, senza un rumore, senza uno sguardo, senza un odore. Gli sembrò un rituale antichissimo che lo mise di cattivo umore. 

Non voleva restare più in quella casa, voleva respirare, così andò fuori. 

Era ormai il tramonto, ma continuava a far caldo. Si sedette sul bordo di un pozzo cercando di riflettere su come comportarsi. La porta si aprì di colpo e lui, perso nei suoi pensieri, ebbe un tuffo al cuore. 

Era il vecchio che riafferrò la sua vanga e tornò al lavoro, perdendosi nel rossore del crepuscolo. 

Sentì un rumore lontano, subito capì che si trattava di un’auto. La cosa lo riempì di felicità, era il segno quello non era un posto dimenticato dal tempo. Corse verso la strada. L’auto avanzava a forte velocità. Quando fu abbastanza vicina vide che si trattava di una macchina d’epoca, completamente bianca. 

Allora gli fu tutto chiaro. 

Si precipitò in casa, ma la porta era chiusa a chiave. 

Aveva bisogno della pistola. 

Si aggrappò alle inferriate della finestra gridando più volte “Sole!” a squarciagola. Lei lo salutò e gli sorrise come aveva fatto poco prima. 

L’auto bianca si fermò davanti alla casa. Scesero tre uomini. Erano armati. Non poteva far altro che cercare di fuggire attraverso i campi. Si mise a correre più forte che poteva in direzione del vecchio che aveva terminato il suo lavoro ed ora pareva godersi la scena. 

Avrebbe dovuto volare, invece era solo un bimbo che imparava a camminare in quel momento. 

Quando gli fu vicino, vide il vecchio sorridergli. Era la prima volta che non aveva quell’espressione tetra. 

Pensò allora che poteva farcela, ma si sbagliava. 

Sentì un colpo lacerargli la carne, poi un altro, poi un altro ancora. 

L’ultimo lo scaraventò per terra per rubargli l’anima, come se si trattasse di un normalissimo portafogli. 

Non poteva fare altro che strisciare, ma ancora per poco. 

Si trovò sul ciglio dell’opera del vecchio: era la sua fossa. 

Prima che lo buttasse dentro vide un cosa che ore prima non aveva notato; intorno era tutto pieno di croci. 

Mentre il vecchio spalava terra sul suo corpo, sentì l’automobile ripartire e la sua vita terrena sgommò via come lei. 

 

Archiviato in: Racconti — Stefano @ 19:54

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