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23 Marzo 2009

Nazca - Tuxedomoon (Racconto)

Altro racconto ispirato ad una canzone.

Questa vita. Questa casa. Questa stanza.
Sono tornato così all’improvviso che anch’io sono sorpreso. More...
La sera prima di partire, tanti anni fa, non potevo sapere.
Ero in questa camera con Beatrice e lei piangeva.
Come oggi era l’ultima notte dell’anno.
Ci amavamo, ma suo padre non voleva.
Come se uno potesse decidere i sentimenti di un altro.
Io ero uno spiantato, diceva lui. Era vero, ma altrettanto vero che ci amavamo.
Le dissi: fuggiamo, lei smise di piangere. Diventò seria.
Ci pensò su un attimo poi disse sì.
Eravamo così sicuri.
Ci vediamo domani mattina alle cinque alla vecchia fontana.
Ci baciammo.
Andai a dormire, ma non mi riuscì.
Fuori tutti festeggiavano, io desideravo che  smettessero, che sparissero per sempre.
Ci sono attimi  notti non finiscono mai, come certe gioie o certi dolori.
Era uno di quei momenti.
All’improvviso sentii un rumore. Stavano bussando alla porta. Saltai dal letto.
Era mio fratello. Mi disse: ho bisogno di aiuto, ho ucciso un uomo, nascondimi.
Non poteva restare lì, l’avrebbero trovato subito.
Decisi di accompagnarlo da un amico, ma quando eravamo quasi arrivati incrociammo delle guardie. Ci intimarono di fermarci, noi scappammo.
Spararono loro. Sparò mio fratello. Lui uccise ancora. Loro ferirono me.
Trovammo rifugio in una grotta, mi curai le ferite e prima dell’alba ci rimettemmo in marcia.
Ora io ho cent’anni, li ho compiuti oggi. Quando andai via ne avevo meno di venti.
Durante tutto questo tempo ho pensato poco a questo posto ed ho pensato poco anche a Beatrice.
Forse non era vero che ci amavamo. Forse aveva ragione suo padre, ma non ci pensavo. Farlo mi provocava dolore.
Non ho fatto che fuggire da allora, non perché fossi un delinquente, tutt’altro, ma perché la fuga era la mia ragione di vita. La mia arte.
Come per Picasso la pittura o per Mozart la musica.
Ho cambiato città e nazione, sono diventato ricco, ho perso tutto, poi ricco di nuovo.
Ho amato ed odiato. Sono stato amato ed odiato. Sono stato desiderato e dimenticato.
Fermarmi: l’unica cosa che non ho fatto mai.
Dentro di me ci sono tre secoli, perché sono nato l’ultimo giorno dell’ottocento ed ora mi trovo all’alba del primo giorno del duemila.
E’ per questo che sono tornato in questa città, in questa stanza.
Sono tornato di notte, quasi per caso, ma non c’è nulla di casuale nella nostra vita.
Anche questa notte sembrava non finire mai, come allora, ma adesso è arrivata l’aurora e non c’è più nessuna ragione perché io resti in questa casa e neanche in questa vita.
Il mondo, di fronte ad un nuovo millennio, pronto ad un nuovo futuro e forse ad un nuovo passato, non ha certo occhi per un vecchio come me.
Mi incammino lungo strade che a me dicono molto ed incontro poche persone, i cui volti non mi dicono nulla.
Adesso non posso più fare a meno di pensare a lei, a Beatrice, non posso non arrovellarmi nel mio dolore, ma lo faccio con piacere, ora.
Sarò stato solo un ricordo o neanche quello?
Chi avrà preso il mio posto nella sua vita?
Inutile, le risposte non esistono.
Quelle vere intendo.
Quelle che noi chiamiamo risposte sono solo convenzioni, segni di riconoscimento.
Nel mio egoismo non considero neanche l’ipotesi che sia viva.
Continuo a camminare e non a caso, perché neanche il caso esiste, mi dirigo alla vecchia fontana che è ancora lì, sempre uguale.
Una donna sta aspettando in piedi.
Mi avvicino perché mi sembra una figura familiare.
Ormai le sono a pochi metri e lei non si è ancora accorta di me, finché non sente il rumore dei miei passi  e si gira.
Non credo ai miei occhi: è Beatrice, ma non una decrepita centenaria, bensì la stessa giovane Beatrice a cui avevo chiesto di fuggire.
Indossa anche lo stesso vestito di allora.
Appena mi vede, sorride con gioia ed esclama: “Allora, amore mio, dove siamo diretti?”
 

Archiviato in: Racconti — Stefano @ 19:54

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