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20 Febbraio 2009

Lady Day - Lou Reed (Racconto)

Anche questo è un racconto scritto molti anni fa, ma un fatto di cronaca di questi giorni piuttosto simile lo rende attuale.

Salvatore aveva preso tutto dal padre: era furbo, feroce e con un’intelligenza pronta e tagliente. Aveva anzi qualcosa in più del padre: era colto e raffinato e di ciò in famiglia ne andavano orgogliosissimi.
Era il primogenito, era bello ed atletico a differenza della maggior parte degli altri giovani che vivevano in quel paese paese.
Suo padre, era il capo della gang locale, uomo rispettatissimo, che dormiva sonni tranquilli perché sapeva che il suo scettro sarebbe passato un giorno al suo erede diretto.
Salvatore da parte sua, era già entrato nella parte dimostrandosi abile e spietato e c’era già chi diceva, o meglio, pensava soltanto, che presto avrebbe fatto le scarpe  al luogotenente del padre: Nunzio.
Una cosa però era oscura a tutti, un piccolo, terribile segreto che Salvatore teneva per sé: non aveva nessun interesse per le femmine, da sempre a lui piacevano gli uomini.
Malelingue a parte, per la maggior parte delle persone questa attrazione non rappresentava un pericolo mortale, ma per lui sì.
Sapeva che suo padre stesso non avrebbe esitato un secondo ad ucciderlo se avesse scoperto la verità; lui era il figlio di un boss, era un uomo e come tale si doveva comportare e qualsiasi altra sfumatura, non solo non era compresa, ma nemmeno tollerata.
Salvatore era arrivato a ventiquattro anni con già sei omicidi sulle spalle ed il rispetto di tutti, visto che la sua fama si era estesa oltre quel paese, ma in cuor suo ardeva una passione che poteva essergli fatale.
Consumava segretamente rapporti mercenari quando, con qualche scusa, si recava in grandi città dove nessuno lo conosceva, si tuffava nel mare torbido del desiderio buttandosi fra le braccia di prezzolati stalloni, per sentirsi poi profondamente ferito.
Sapeva che la sua vita non sarebbe mai stata felice.
Quando tornava poi a casa e rientrava nella parte del criminale incallito, per lui era come cambiarsi d’abito, ma sentiva che prima o poi sarebbe accaduto: si sarebbe innamorato e la cosa gli avrebbe causato la perdita di tutto, vita compresa.
Intanto Nunzio, il braccio destro del padre, incominciava a temere l’ascesa di Salvatore, così ne studiava i lati deboli, per incrinare il potere del giovane boss.
Fu facile per lui intuire che il ragazzo non aveva normali rapporti con le donne; non l’aveva mai visto corteggiarne nessuna e nemmeno interveniva sulle grossolane chiacchiere di sborrate e scopate, a cui gli uomini del clan si dedicavano volentieri.
Altrettanto semplice fu mettere in giro strane voci che arrivarono alle orecchie del padre che da parte sua non reagì d’istinto, non chiese spiegazioni al figlio, ma lo studiò, cercando di trovare da solo la soluzione al terribile dubbio.
Una sera,  Salvatore ed un energumeno di nome Marcellino, dovevano dare un avvertimento ad un barista che aveva creato qualche noia ad uno spacciatore di passaggio nel suo locale.
Arrivarono verso l’orario di chiusura e trovarono solo il padrone ed un cliente seduto in un angolo.
Non badarono all’avventore e passarono subito al barista che, appena visto i due, capì cosa gli sarebbe toccato e raccomandò la sua anima alla Madonna.
Marcellino passò subito ai fatti ed afferrò per il petto l’uomo scaraventandolo contro le mensole alle sue spalle.
“Non ci piace la gente che non si fa gli affari suoi” sibilò Salvatore. “Tu sei uno che vuole campare poco” continuò, mentre il cliente alle sue spalle si alzò dal tavolo.
I due non ci badarono, sapevano che in ogni caso, lì nessuno avrebbe mai visto, né sentito, nulla, questa volta però accadde qualcosa di imprevedibile. “Siete solo dei luridi vermi” esclamò lo sconosciuto.
L’affermazione prese di sorpresa Marcellino e Salvatore, che si voltarono increduli verso lo sconosciuto; lui continuò ad inveire “Venite qua e ve la prendete contro la povera gente, quanto coraggio! Che eroi! Che bella razza di duri!” “Perchè non lo ammazzate? Perchè non uccidete anche me? Perchè non uccidete… tutti?”
Marcellino si stava già sgranchendo le dita; quella massa di muscoli senza nessun neurone non aveva bisogno certo di essere invitato ad uccidere. Salvatore lo fermò e si avvicinò al ragazzo. Forse voleva fargli vedere chi comandava lì, ma non era così. Quando aveva incrociato lo sguardo fiero e per nulla intimidito del giovane ne era rimasto colpito, affascinato. Ora che si trovava faccia a faccia con lui sentiva la forza di quello sguardo, quasi lo subiva, ne veniva soggiogato.
Gli mollò un ceffone, così, tanto per non perdere le abitudini da duro e soprattutto per non smarrirsi nella severa profondità di quegli occhi. Il ragazzo continuò a sorridere, la bocca gli sanguinava, ma lui sorrideva lo stesso. Aveva dei capelli neri lunghi fino alle spalle, gli occhi verdi e gli zigomi alti; era talmente bello da spaventare e quel sorriso macchiato di sangue gli donava un aspetto invincibile.
Salvatore avrebbe dovuto ucciderlo ed invece non trovò la forza, non trovò nessuna forza, perchè si era innamorato di lui.
Il ragazzo continuò a sorridere poi sibilò “Finirà questa merda un giorno” poi si girò e se ne andò. Marcellino attendeva un ordine, o che il suo capo reagisse. Salvatore invece prese una bottiglia e la fracassò contro le altre sugli scaffali, puntò il dito contro il barista gridando “Tu maledetto stronzo, la prossima volta….” ma gli mancarono le parole e uscì dal locale senza dire altro. Si sentiva sfinito, qualcosa più forte di lui, l’aveva inchiodato al suolo, costringendolo alla resa. Proprio lui, che non conosceva la sconfitta ed aveva avuto ragione di qualsiasi tipo di nemico.
Il giorno dopo la notizia si era diffusa sia nel clan che per tutto il paese. Per la gioia di Nunzio e la disperazione del padre, si iniziava a dire in giro che Salvatore non avesse  le palle, che aveva paura e si era fatto mettere sotto, senza reagire da povera checca.
Da parte sua, il rampollo, durante la notte non chiuse occhio e la mattina successiva uscì di buon ora per tornare al bar della sera precedente.
Il titolare rabbrividì nell’attimo in cui si trovò di nuovo Salvatore di fronte. “Ci hanno ripensato” disse a sé stesso “…e adesso mi ammazzano!” Si rasserenò quando il killer chiese solo informazioni sul ragazzo dai grandi occhi verdi.
“Se le prenderà lui, le mie pallottole” pensò, l’ingrato.
Salvatore fu così informato che il giovane si chiamava Nino e viveva in una delle tante case popolari lì vicino.
Quella periferia era un incubo, un cimitero di immondizie. Le case, lì nei dintorni, erano nuove, ma già fatiscenti per l’incuria e per la dannazione eterna che quegli abitanti si portano dietro, lì come in tutti gli altri quartieri dormitorio di tutto il mondo.
Quando arrivò davanti al palazzone indicatogli dal barista, con la sua auto sportiva, un nugolo di ragazzini si precipitò per curiosare.
Salvatore salì le scale. Incontrò due donne che parlavano sul pianerottolo, quando lo videro corsero a chiudersi in casa. Appoggiato ad un uscio c’era invece un uomo sulla cinquantina, completamente perso, forse ubriaco.
Quel posto lo metteva a disagio, non era certo la prima volta che vedeva luoghi simili, ma abitualmente ci stava poco, non si soffermava ad osservare. Di solito aveva un lavoro da svolgere che terminava dopo pochi minuti, non doveva incontrare una persona che gli avrebbe potuto cambiare la vita. Si fermò davanti alla porta dell’appartamento di Nino ed il suo cuore batteva così forte  da indolenzirgli il petto.
Nino aprì la porta, come se aspettasse un amico. Rimase sorpreso, ma non era avvilito nè spaventato, anche se chiese “Sei venuto ad uccidermi?” Salvatore scosse la testa “No, voglio solo parlarti” Nino sorrise, come se l’altro fosse un missionario e disse “Allora vieni avanti” Quell’appartamento era un’oasi di bellezza in mezzo a tutta quella miseria. Era piccolo e poco luminoso come gli altri, ma chi lo occupava aveva stile, visto l’accurato accostamento dei colori, l’ordine, la pulizia e la scelta del mobilio che, pur essendo economico, non appariva dozzinale.
“E’ accogliente qui” fu la prima amenità di Salvatore “Cerco di sopravvivere” rispose Nino “Non è facile, questo non è il posto, né il periodo” Il padrone di casa era in accappatoio e si era legato i lunghi capelli con una fascetta elastica, anche in versione casalinga era bellissimo.
“Vivi da solo?” fu la seconda amenità.
Nino sorrise ancora “Già… quello che vedi è tutta opera mia. Sono sia l’uomo che  la donna di casa” rise mettendo in mostra una dentatura perfetta. A questa affermazione Salvatore rabbrividì, si mise a sedere perchè era nervosissimo. “Che fai nella vita?” Terza amenità. “Un po’ di tutto” gridò l’altro dal bagno, da cui uscì per comparire vestito dei soli slip. Salvatore sentì il suo brivido trasformarsi in una vampata di calore.
“Io vorrei diventare attore ed ho anche già fatto qualche particina, ma qui, sai com’è…. Comunque presto, appena faccio un po’ di soldi, mi trasferisco all’estero. Intanto faccio delle sfilate, ballo in discoteca giusto per tirare su qualcosa”. 
Ci fu un gran silenzio e questo terrorizzò Salvatore, che tra sé pensò “come? ho già terminato tutti gli argomenti? anche i più banali?” poi gli venne in mente qualcosa, anche se era una fesseria “Già all’estero.. è una splendida idea..” era imbarazzato a dire quelle cose, Nino non sembrava farci caso, si sedette sul divano vicino a lui e poi passò all’attacco senza remore “Allora, che ci sei venuto a fare a casa mia?” Per Salvatore fu una pugnalata alla schiena, lui non era abituato a subire, doveva inventare qualcosa “Tu non sai chi sono io, che cosa faccio, da dove vengo….” si sentì meglio dopo questa affermazione, pensando di aver ristabilito le distanze. “Scherzi?” gridò l’altro “Tutti qui sanno chi sei e che cosa fai si dice, ma solo a voce bassa”
Era fregato ancora. Questa uscita però l’aveva messo di buon umore, ma Nino non aveva finito.
“Proprio per questo mi chiedo che ci fai qui, se non sei venuto ad uccidermi”.
Salvatore lo guardò di traverso “Non riesco  a capire se giochi a fare il duro, o se sei un pazzo incosciente. Potrei essere venuto veramente ad ucciderti” Nino rise e questo indispettì Salvatore che stava tentando di fare un discorso serio “Vedi, ieri sera il tuo gesto ha smosso qualcosa in me… Non so che cosa…” Il ragazzo dai capelli lunghi ora l’ascoltava attentamente “Forse c’è qualcosa di sbagliato nella mia vita. Qualcosa di potente ed oscuro, che ieri per la prima volta mi ha fatto paura”
Nino si era rannicchiato nella sua parte di divano e con un filo di voce disse “E’ una crisi di…coscienza… forse…” Il giovane boss prese  coraggio “Non lo so,  non credo, ma è per questo che sono venuto fin qua. Per conoscerti.” L’altro sgranò gli occhi verdi “Conoscermi? E’ gentile da parte tua… ma a che cosa ti serve?” Salvatore si era di nuovo smarrito, adesso non sapeva come andare avanti.
Scosse la testa. Nino rise nuovamente ed esclamò “Sembra quasi che tu ti sia innamorato di me” Quella risata però si smorzò subito.
Il ragazzo dai capelli lunghi pensò di aver esagerato. Aveva osato troppo.
Il viso sprezzante di Salvatore adesso lo preoccupava.
Stava per chiedergli scusa, ma il giovane boss esclamò “Perchè se anche fosse così?”
Questa volta era Nino a sentirsi nudo, ma in un attimo capì tutto e la cosa anziché impaurirlo lo rese felice.
Cercò di spezzare la tensione “Allora perchè non mi chiedi di baciarti, come nelle storie d’amore dei film?”
Ed accadde proprio così, nella maniera più imprevedibile per entrambi e quando dopo qualche ora si lasciarono, erano tutti e due frastornati, ma con il cuore pieno di gioia.
Si sarebbero visti al più presto anche se con una certa cautela, poi un giorno, forse, se ne sarebbero potuti andare via dal di lì, insieme, magari all’estero.
Intanto la realtà, la più dura e la più vera attendeva Salvatore, nella persona di suo padre.
“Dove sei stato tutt’oggi?” il giovane fece spallucce e pronunciò un vago “In giro” Il padre bestemmiò e gli mollò un ceffone.
“Quando ti parlo io, guardami negli occhi come un vero uomo e rispondi alle mie domande come un figlio rispettoso” si mise a gridare “Voglio sapere dove sei stato”
A quel punto Salvatore capì che non poteva più scherzare, si stava giocando la sua credibilità agli occhi del padre.
Disse che non era stato bene, così aveva preso l’auto ed era andato a fare un giro verso la costa per prendere un po’ d’aria. Era da un po’ di tempo che si sentiva stanco e pensava che un po’ di riposo gli avrebbe fatto bene.
Il padre lo guardò con sospetto, ma quella risposta sembrò accontentarlo. Salvatore pensò di averla fatta franca, ma l’altro riprese a parlare con un tono sinistro.
“Ora resta qua, tra un po’ verranno Nunzio ed altri amici. Dobbiamo sistemare una questione importante”.
Dopo circa mezzora si videro tutti gli sgherri che rispettosamente salutarono il boss e suo figlio.
Appena accomodatisi tutti, il capo prese la parola.
“Qualche infame ha messo in giro la voce che mio figlio non sarebbe un uomo” a quelle parole Salvatore sentì la terra mancargli sotto i piedi.
Il boss continuò “Ora io non mi preoccupo di questi piccoli vermi che posso schiacciare in qualsiasi momento, ma di voi che siete amici miei e di mio figlio. Non voglio assolutamente che voi, a causa nostra, possiate rimanere infangati. Mio figlio è un vero uomo, come suo padre ed è qui per dimostrarlo.”
Gli amici si guardarono fra loro, senza dire nulla, né far trasparire la minima emozione.
Il padre gridò “Ornella” e sulla porta si presentò, una mora sui venticinque anni, alta, dal viso sensuale e dal corpo perfetto, completamente nuda.
Il boss guardò con aria famelica i suoi soci, Nunzio si mise a ridere sguaiatamente seguito dagli altri in ordine gerarchico.
Salvatore era allo stesso tempo schifato e terrorizzato da quella scena.
Il padre si avvicinò a lui e gli intimò: “Adesso te la chiavi lì sul tavolo e quando hai finito di chiavartela te la inculi anche”
La ragazza si sdraiò sul tavolo come se ciò che stava per accadere non la riguardasse. Salvatore la conosceva: era una puttana del loro giro. Era molto bella, ma rozza e senza classe.
Il giovane fu spinto fra le sue gambe ed incitato a gran voce dagli uomini della cricca, suo padre si mise in disparte ad osservare; giudicava se suo figlio era degno di lui.
La ragazza puzzava di talco e di sudore e con tutti quegli stronzi che si divertivano ad urlare delle gran porcate,  non era facile eccitarsi.
Salvatore guardò suo padre con aria supplichevole e disse “Non sono capace con altra gente vicino”
Questo suscitò ancora più ilarità nei presenti.
“Una così me la chiavo anche in Piazza San Pietro davanti al Papa!” gridò Nunzio e giù a ridere come tutti gli altri.
Il ragazzo si sforzò, cercò di trovare un pensiero rilassante, qualcosa di coinvolgente. Pensò a Nino, ma fu peggio, perchè si sentì una merda. Doveva nascondere le sue vere pulsioni e prestarsi a quella messinscena vergognosa.
Scoppiò a piangere e si buttò a terra.
Seguì un silenzio raggelante.
Il padre era viola in viso, sul punto di esplodere.
Uno dei presenti cercò di consolare entrambi “Forse il ragazzo si vergogna veramente…. non è abituato”
Il boss si mise ad urlare come un animale “Si deve vergognare solo di essere venuto al mondo!” sferrò un calcio al figlio, poi si tirò giù i calzoni “
Adesso ti faccio vedere io, pezzo di merda” e montò la puttana come fanno solo gli animali, ruggiva non di piacere, ma per la rabbia.
La ragazza non godeva affatto e pareva preoccupata; quando tentò di lamentarsi si prese anche un pugno in faccia.
L’uomo venne poi si girò verso il suo pubblico, apparentemente soddisfatto, poi si accasciò così semisvestito su un divano.
“Adesso toglietevi dal cazzo tutti!” gridò, nessuno pensò di contraddirlo. Solo Salvatore restò immobile a guardarlo, finché uscì dalla stanza e si sentì schiacciato dal mondo.
Non aveva più amici e parenti, era solo, perduto per sempre.
Vagò per la città, meditando che cosa gli sarebbe toccato in futuro. Non trovava la risposta, ma vedeva una sola speranza per il suo futuro: Nino. Nonostante fossero le tre del mattino, decise di andare da lui.
Quando venne ad aprire Nino lo baciò sulla soglia d’ingresso, poi vide il suo amore turbato
“Che ti è successo?” chiese. L’altro si buttò di peso sul letto che poche ore aveva visto consumarsi la loro passione e sospirò, finché non scoppiò in un pianto dirotto.
Nino attese in silenzio  finché Salvatore non ebbe terminato i suoi singhiozzi. Quando si calmò, il ragazzo dagli occhi verdi si avvicinò e sussurrò “Allora mi vuoi dire cos’è successo?”
Salvatore si sentì rassicurato e partì con il suo racconto. Nino lo ascoltò con attenzione, accarezzandogli dolcemente la fronte e rise quando alla fine quando parlò di fuggire insieme, caso mai proprio in un paese lontano.
Il ragazzo dai capelli lunghi disse “E’ troppo tardi, o forse troppo presto per decidere. Ne riparleremo domani. Ora cerca di calmarti e dormi un po’” Salvatore gli strinse la mano con forza.
Quando si svegliò la mattina successiva aveva già tutta la situazione chiara; la sua attività criminosa l’aveva abituato a trovare soluzioni veloci e drastiche a tutti i problemi.
Aveva da parte un po’ di soldi, che erano solamente suoi e che nessuno avrebbe mai reclamato, con quelli avrebbero potuto comprare un appartamento e poi avrebbe aiutato Nino nella sua carriera di attore.
Prima o poi avrebbe sfondato se lo sentiva.
Il suo amore non era in casa, ma gli aveva lasciato un biglietto “Sono uscito per un lavoretto di merda, che però mi farà guadagnare qualcosa. Riposati ed aspettami. Ti amo”
Salvatore si sentì pervadere dalla dolcezza, una situazione del tutto inedita per lui. “Povero Nino” pensò “Presto non dovrai più fare nessun lavoretto” Si vestì di corsa, uscì e andò in banca a prelevare il denaro.
Nel frattempo pensò che cosa dire al padre, ma alla fine giunse all’idea di non dire proprio niente a nessuno. Per lui era morto e da morto si sarebbe comportato.
Sulla strada del ritorno ebbe un tuffo al cuore: da una strada vicino a casa di Nino sbucò un auto con a bordo Marcellino ed altri scagnozzi di suo padre, ma riuscì a non farsi vedere.
Suo padre aveva dato ordine di cercarlo e loro dovevano sparire al più presto. In quel momento Salvatore avvertì che qualcosa di orrendo stava per succedere e si mise a correre verso l’appartamento.
Tutto il palazzo era immerso in un silenzio irreale. Salì le scale con la foga di un pazzo e vide che la porta dell’appartamento del suo amico era aperta, il terrore aumentò. Si precipitò all’interno ed appena dentro si sentì morire: Nino era steso sul pavimento, completamente inerte . Non riusciva neanche a gridare tanto era forte il dolore che provava. Si avvicinò al corpo e vide che il dolce ragazzo dai capelli lunghi era stato accoltellato ed evirato.
Sentì le sirene della Polizia avvicinarsi con calma, come sempre in quel quartiere, così gettò un ultimo sguardo al suo amore e se ne andò.
Di nuovo si trovò in giro per la città con la sensazione di essere solo, perduto, peggio che morto; ma lui era già morto ed ora poteva fare una cosa che aveva sempre sognato di fare.
Quella sera il quartiere era in festa per il Santo Patrono, ci sarebbe stata anche la sua famiglia e tutte le altre del paese.
Ci sarebbe stato anche lui.
Prese una stanza d’albergo, si fece una doccia, poi uscì a fare acquisti. Comprò vestiti, profumi e gioielli poi tornò nella stanza dello squallido hotel e si mise subito al lavoro.
Cambiò colore di capelli, si depilò e si truccò e mentre andava avanti nella sua opera provava una soddisfazione sempre crescente.
Vedeva riflessa nello specchio una persona che si stava trasformando, vedeva un sogno che si realizzava, vedeva la fortezza dei tabù, apparentemente inattaccabile, crollare e seppellire tutte le persone che, come suo padre, l’avevano trasformato in un mostro.
Diceva a sé stesso: “Adesso sono una persona nuova. Adesso so amare”.
Il tocco finale delle calze a rete e dei tacchi a spillo sul vestitino corto con scollature, lo eccitarono al punto da provocargli un’erezione.
Salvatore si piazzò davanti alla specchiera e mentre guardava quella superfiga che stava davanti a lui si masturbò. Al momento di venire chiuse gli occhi solo per cercare Nino in tutto quel buio, lo trovò subito e fu bellissimo.
Quando uscì per la strada i fischi e le grida degli uomini al suo passaggio gli provocarono un brivido intenso, ma non incontrò nessuno che potesse riconoscerlo, così si mise a giocare pesante e si recò al bar di Carmine, il luogo di ritrovo degli uomini di suo padre.
Entrò e tutti si girarono, Salvatore andò al bancone ed ordinò un caffè, il barista lo riconobbe e quasi svenne. Si portò una sigaretta alla bocca con quella bella mano da ex-killer, ora dalle unghie laccate di rosso, l’accese poi si girò verso la platea di maiali. Adesso la sua vendetta era completata: suo padre non avrebbe retto una simile vergogna.
Nel mormorio generale uscì e proprio sulla porta incontrò Nunzio.
“Ciao gran figlio di una baldracca” lo salutò dandogli un bacio sulla bocca.
Il braccio destro di suo padre, senza fiato e senza parole, lo vide allontanarsi sculettando.
Girò per la festa ed in tanti lo videro, alcuni lo salutarono anche; i più però restarono ammutoliti per poi correre da qualcun’altro e dargli la notizia esplosiva. Salvatore non si era mai sentito così felice in vita sua, finché si trovò di fronte a suo padre.
L’uomo barcollò davanti a quello spettacolo.
In mano aveva una pistola. Colpì il figlio al viso con estrema violenza. Mentre si rialzava Salvatore lo derise anche “Perchè fai così? Non sono il tuo tipo, le ragazze vistose ti sono sempre piaciute…” 
Il padre bestemmiò e gli puntò contro l’arma tremando dalla rabbia.
“Perchè mi hai fatto questo? Era meglio se mi ammazzavi…” ringhiò.
Salvatore chiuse gli occhi e pensò “Sto arrivando Nino…”
Un gran frastuono li avvolse.
Poco distante, nella piazza grande del paese, partirono i fuochi d’artificio.
 

Archiviato in: Racconti — Stefano @ 16:45

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