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4 Ottobre 2008

I Capitolo (di “Il giorno in cui sono stata uccisa…)

Ecco, in omaggio, il primo capitolo del mio romanzo: 

Le luci si spengono e io non posso essere salvata
Il giorno in cui sono stata uccisa è stato il più bello della mia vita.
Ero infelice e mi sentivo stupida, tanto stupida.More...
Mi sentivo stupida e inutile e l’afa mi tormentava nemmeno fossi un cane da slitta, quelli con gli occhi azzurri; ma appena indirizzai lo sguardo a quell’auto, un vento gelido e carico di pioggia spazzò via i miei pensieri e la mia stessa esistenza.
Una giornata soffocante e malsana. Una giornata di città vuota e silenzio opprimente.
Al risveglio, come sempre, tv accesa in salotto, caffelatte freddo sul tavolo della cucina e mia madre stesa sul divano con un braccio sulla testa a coprirsi gli occhi.
Non un rumore, non una parola, se non quelle della tv per l’ennesima ricetta.
Mia madre… La vedo ancora lì, nell’ultima immagine che mi rimane di lei: stesa sul divano di pelle nera, un avanzo del vecchio salotto di sua sorella, dentro una tuta da ginnastica con la giacca spaiata dai pantaloni che la faceva più informe di quello che era in realtà. Non era una brutta donna mia madre, era solo incolore; anzi da giovane assomigliava alla Bellucci, ma è sempre stata una Bellucci senza voglia di vivere.
Non le ho mai visto un lampo di entusiasmo negli occhi, e quando le ho chiesto il perché, mi ha risposto di aver sofferto tanto, eppure nel suo sguardo non ho mai letto nemmeno le stimmate del dolore.
La noia sì, quella l’ho vista; così come la rabbia, fugace, quando ad esempio scopriva che l’ultimo pacchetto di Marlboro in casa era vuoto, ma dolore vero mai. E pensare che aveva sofferto veramente, anche se sembrava che tutto le rimbalzasse.
Negli anni aveva cercato di attaccarmi la sua totale indifferenza alla vita, di trasformarmi in un essere presente-assente come lei, poi aveva lasciato perdere, insieme a tutto il resto.
Io non mi sentivo migliore di lei, né tanto meno diversa. Non mi sentivo e basta.
Non riuscivo a collocarmi in nessuna situazione. Non riuscivo a capire come e perché fossi venuta al mondo. Non ero bella e non ero brutta. Non ero simpatica, né antipatica. Fino a quella mattina, quando quell’auto, affiancandomi, rallentò…
Avevo compiuto diciotto anni da pochi giorni, ma non c’era stata nessuna festa, del resto non ero diventata adulta, come prima non ero stata bambina.
Quella mattina, sul piccolo televisore della mia camera, davano un vecchio film, dove un ragazzino biondo trascorreva la sua esistenza fra case distrutte. Ecco, quella potevo essere io: sola, senza nessun amico, a zonzo fra le macerie di casa mia, della mia famiglia, della mia esistenza.
Dopo aver ingoiato velocemente il caffelatte freddo, mi ero lavata i capelli, l’unica parte del mio corpo che mi soddisfacesse pienamente: erano lunghi, scuri, ondulati, soffici.
Al mio ritorno in camera, il ragazzino del film si stava uccidendo, gettandosi da una delle case distrutte. Non era di buon auspicio per la giornata, e presto avrei capito il perché.
Uscii di casa e, mentre aprivo la porta, dissi a mia madre che sarei andata a fare un giro in bici.
Ricordo ancora che provai qualcosa di diverso dal solito, nonostante la scena fosse, invece, sempre la stessa: mia madre stesa sul divano, silenziosa. Sapevo che non avrebbe detto nulla, che non avrebbe commentato una mia frase, né che avrebbe aperto gli occhi se avessi urlato. Non che le fossi indifferente, ma i suoi pensieri erano sempre più importanti delle mie parole.
Eppure quel giorno sentivo il bisogno che lei mi dicesse qualcosa, mi sarebbe bastato anche solo un cenno. Chiudendo la porta di casa alle mie spalle ebbi la netta sensazione che non l’avrei mai più riaperta.
Abitavo in un quartiere periferico, un residuato di dormitorio per operai del periodo del boom economico, ora rimesso a nuovo, ma comunque lugubre. La mia idea era raggiungere il centro dove almeno le vetrine e i sogni legati a esse potevano forse mettermi di buon umore e compensare la mia mancanza di amicizie.
Inutile pensare di poterci andare con qualcuno, erano tutti al mare. E poi andarci con chi? Il quarto anno di superiori era alle spalle da quasi un mese e tutte le mie compagne di scuola erano in vacanza, e per quanto riguarda le amiche… Beh, devo ammettere di non essere mai stata forte nell’argomento.
Bizzarra situazione: non amavo la solitudine, ma ero sola.
Adoravo i ragazzi, ma ne conoscevo pochi, e quei pochi non adoravano me. In più ero in quello strano periodo della vita in cui le ragazze come me o sono fidanzate o sono dei cessi.
A dire il vero Martina, quella che abitava al quarto piano, e Giulia, quella della palazzina di fronte alla mia, le uniche in zona che avessero la mia età, erano proprio due cozze, ma avevano trovato lo stesso il ragazzo.
Io no, non so perché. Era come se mi sentissi destinata a qualcosa di diverso, di certo non a essere violentata e uccisa, ma la semplice uscita del sabato sera e i pettegolezzi con le altre ragazze erano esperienze che non mi eccitavano affatto.
Ero una tipa sempliciotta, buffa a vedersi, e ne ero consapevole; eppure volevo di più. Molto di più. E sentivo che presto sarebbe arrivato; certo non potevo sapere che al posto di un principe azzurro, stavano per presentarsi ben due neri cavalieri della morte.
Sotto casa incontrai subito Paolone, uno sfigato come me, ma con due genitori fanatici di Padre Pio. Per colpa loro era diventato un metallaro convinto, al punto che a lui non bastavano i vecchi Sabbath o Maiden, o al massimo i Metallica, ma si appassionava a tutti quei tipi assurdi che urlano come ossessi e danno fuoco alle chiese.
Tra poco tempo troverà una brava ragazza che gliela darà ogni tanto, così smetterà di balbettare quando si emoziona e ascolterà tutte quelle canzonette insulse che passano su Radio Deejay, pensai.
- C-ci-ciao bella… - s’incagliava tutte le volte che doveva rivolgere la parola a una ragazza, a me in modo particolare.
Era innamorato di me, e la cosa non mi eccitava. Non era Brad Pitt, ma in qualche modo mi faceva piacere. Davanti alla mia porta non c’era certo una fila di spasimanti.
Gli feci un timido cenno di saluto.
- T-ti ho ma-masterizzato il cd dei Co-Cold-play.
Quelle banali parole mi convinsero che la mia vita era a una svolta.
Non mi sbagliavo.
- Ma non avevi detto che non l’avevi?
- Me lo ha p-prestato m-mio cu-cugino - rispose con troppa fretta, così capii che lo aveva comprato apposta per me, anche se non aveva il coraggio di ammetterlo. - Co-come ca-cavolo fanno a pi-piacerti?
Era divertente e un po’ mi faceva sentire in colpa: era stato capace di buttare venti euro in una cosa che detestava solo per farmi piacere. Trovare un fidanzato del genere avrebbe fatto la fortuna di ogni ragazza, se solo non fosse stato così grasso, non avesse avuto l’acne e così pochi capelli nonostante i suoi diciannove anni.
- Lo s-sai che su-suonano qui vicino?
Lo sapevo, eccome se lo sapevo, orcoggiuda! Era uno di quei piccoli sogni da ragazza normale che non riuscivo mai a realizzare.
- Pe-perché non ci andiamo?
Sorrisi.
- E come ci andiamo, con il teletrasporto? Poi i quaranta euro del biglietto chi ce li dà?
Pareva più triste di quando lo avevo incontrato pochi minuti prima. Tesi il braccio verso lui.
- Grazie comunque.
Paolone mi guardò stupito, poi si strinse al petto il compact.
- Solito pagamento - esclamò.
Ci restai male, ora vedevo in lui un ragazzo cinico, pronto ad approfittare delle debolezze altrui.
Gli voltai le spalle e feci per andarmene.
- Ti prego… - il suo era un grido soffocato. Tornando a guardarlo vidi l’immagine di un orsacchiotto ferito.
Tutti dicevano che era scemo, invece sapeva benissimo quello che voleva e usava con abilità, anche se rozzamente, gli strumenti della seduzione.
- Potresti farmi un regalo per il mio compleanno.
- Da-davvero? E q-quando è stato?
- Due giorni fa.
- A-auguri, non m-mi hai i-invitato alla fe-festa però, st-stronzetta.
L’argomento e il tono mi stavano facendo innervosire.
- Non c’è stata nessuna festa.
- Qu-quanti anni hai co-compiuto?
Lo sapeva. Lo sapeva benissimo il bastardo, solo che voleva torturarmi.
- Diciotto.
- Ve-vera-mente? Che pe-peccato niente fe-festa… ma di-diciotto anni s-si co-compiono una v-volta s-sola!
Ero veramente incazzata.
- Perché, tutti gli altri, coglione?
Mi allontanai camminando svelta.
Non feci in tempo ad arrivare alla bici che mi aveva già raggiunto.
- D-dai s-stavo s-scherzando.
- Vai al diavolo!
- Ma n-noi s-siamo amici, a-anzi qu-qualcosa di più…
Lo guardai come si guarda una merda di cane appena calpestata.
- Qualcosa di più… che cosa?
- D-dai un g-giorno po-potremmo essere s-sposati, i-io e t-te.
Fui sorpresa io stessa della mia risata, al punto che mi coprii subito la bocca con la mano. Lui ci restò male, molto male. Queste cose feriscono, lo sapevo bene.
- Dai, stavo scherzando.
Non facevamo altro che rovesciarci addosso l’un l’altro mucchi di disperazione, in modo da riempire le nostre vite vuote.
 - Vieni a fare un giro con me?
- D-dove vai? - chiese con lo sguardo abbassato.
- In centro, in bici.
 - F-fa t-troppo caldo, non v-vengo.
- E il cd non me lo lasci?
Si fermò di colpo e il suo aspetto tornò famelico.
- S-solito pa-pagamento?
Sospirai e feci segno di sì. Sembrava un bambino la sera prima di Natale. In un batter d’occhio mi fu addosso e infilò le mani sotto la mia maglietta. Chiusi gli occhi. Nonostante le mani grassocce e i metodi spicci, il suo tocco era delicato, mai brutale e quando mi accarezzava le tette riuscivo anche a eccitarmi.
Io volavo via con la fantasia, pensavo a Di Caprio, non certo a Paolone. Leonardo… non solo per il suo aspetto fisico, quanto per ciò che rappresentava. Non volevo una vita zeppa di ragazzi allupati che cercano di farsela dare e poi corrono al bar a raccontarlo. Non volevo quella vita, non volevo quel bar, non volevo quel quartiere.
Pensavo a ragazzi gentili, sensuali e concreti, ragazzi che sapessero cosa fosse l’amore e cosa il sesso; che sapessero cos’è la vita, anche perché io non lo sapevo ancora veramente.
Al solito Paolone, come tutti gli uomini della sua specie, fece quel qualcosa in più che non andava fatto. Nel posto dove ero nata, i ragazzi sbagliavano i tempi e i modi; nel mondo dove sarei voluta andare non sarebbe successo.
Tolse la mano da una delle mie tette e cercò di infilarla nelle mutande. Aprii gli occhi e vidi il maialotto con gli occhi spiritati e la lingua di fuori. Gli mollai un ceffone, ma non avrei voluto farlo. Mi sembrava di essere una di quelle finte suorine stupide che tanto fanno incazzare i maschi. Quelle che prima promettono tanto e poi non concedono nulla.
Paolone restò lì come uno di quei grossi cani simpatici, ma un po’ stupidi, che certi anziani portano a spasso la domenica mattina. Afferrai il compact, pregustando una serata con la cuffia e la mente su un altro pianeta, lontana migliaia di chilometri dalle emicranie di mia madre.
Paolone tentò di dirmi qualcosa, ma proprio in quel momento la sirena avvisa-bombardamento, che era la voce di sua madre, si levò da una finestra non troppo lontana. Lo richiamava all’ordine, era ora di andare a Messa. Davanti ai suoi occhi stupiti, presi il volo sulla mia mountain-bike rosa.
Non poteva sapere che mi stava vedendo per l’ultima volta.
Eccomi allora arrancare controvento, in una giornata calda come non se ne vedevano da anni. Maglietta consunta e un paio di bermuda troppo larghi, pedalavo a fatica su di una bici che ormai era troppo piccola per me. Le ciabatte infradito con la margheritona sopra e gli occhiali da vista modello talpa assoluta facevano il resto.
Ero una piccola creatura madida di sudore, lenta e impacciata, in un mondo in cui la grazia mi sfrecciava davanti senza degnarmi di uno sguardo. Ero una ridicola ranocchia, lontana un milione di chilometri dal suo stagno, alla ricerca di un principe che la baciasse. Mi sentivo soffocare, ma la calura estiva non c’entrava nulla. Era quella vita che mi toglieva il respiro.
Cosa potevo fare a quel punto? Piansi. Lacrime salate andarono ad aggiungersi alle gocce di sudore sul mio volto, quando qualcosa cambiò.
Mi fermai con l’intento di buttarmi nel fosso arido che delimitava la strada e poter singhiozzare e urlare di dolore in santa pace, ma quando scesi dalla bici non feci nulla. Mi guardai intorno e vidi che la statale, poco lontana dai casermoni in cui vivevo, era deserta: quella solitudine mi dette un insperato senso di gioia.
Restai qualche minuto a respirare l’aria ferma, poi in lontananza vidi arrivare un’auto. Da dove ero mi sembrò bella grande, anche se non troppo veloce. Avanzava con classe. Forse è la freccia argentata del destino che viene a piantarsi nel mio cuore.
Sarebbe andata proprio così.
Risalii in bici e pedalai con nonchalance. Non pensavo più ai miei comici bermuda, alla maglietta vecchia quanto un televisore in bianco e nero, alle infradito da cinquanta centesimi al mercato. Il principe stava per arrivare, si sarebbe fermato, mi avrebbe baciata, io mi sarei trasformata e lui mi avrebbe portata con sé in un paese dove non esiste la forfora e si fa sempre colazione in riva al mare.
L’auto si stava avvicinando e decisi che quello sarebbe stato il mio unico appuntamento col destino. Se quella moderna carrozza non si fosse fermata, voleva dire che era destino che rimanessi quella che ero. Non ci sarebbe stata un’altra Elisa, ma solo quella goffa ragazza che in pochi anni si sarebbe trasformata in una donna patetica e priva di sogni. Se quella limousine da star hollywoodiana avesse proseguito la sua corsa, l’avrei data al primo ragazzo che incontravo (quindi Paolone), così avrei raccontato anch’io, come tutte, che la mia prima volta era stata uno schifo.
Mentre ascoltavo il rumore dell’auto che si avvicinava, meditavo che da quella scopata sarei passata presto a un vero e proprio fidanzato, che mi avrebbe scarrozzato un po’ il sabato sera e la domenica pomeriggio; uno di quei bravi ragazzi che si accontentano di un pompino perché devono correre dagli amici al bar, per poi masturbarsi sui calendari delle veline. Poi avrei trovato un lavoro da parrucchiera o da commessa, mi sarei sposata, sarebbero arrivati dei bambini e la mia vita sarebbe stata una replica meno crudele, ma altrettanto scialba, di quella di mia madre.
L’auto si avvicinava e mi sentivo morire.
Passa, scivola via e non si ferma.
Ma accadde il miracolo e la macchina rallentò per fare alcuni metri al mio fianco. Non avevo il coraggio di guardare, ma qualcosa di magnetico attirò i miei occhi. Non era la curiosità, ma una vera e propria forza di cui non capivo la natura. Una forza che non conoscevo e per cui, in fondo, avevo tanto pregato. Mi fermai: era giunto il momento di affrontarla.
Lo stupore che provai fu pari solo all’immensa paura che mi assalì senza apparente motivo. Davanti a me c’era tutto quello che avevo sognato, moltiplicato per un miliardo di volte. Due ragazzi sui trent’anni, appena usciti da un numero di Vogue, a bordo di una cabriolet argentata, con meravigliosi e immacolati interni in pelle bianca.
Ora mi chiedono la strada per il mare e se ne vanno.
Oppure mi prendono un po’ per il culo, poi scappano ridendo.
Invece non accadde nulla di tutto ciò. A dire il vero, per un bel po’ di tempo non accadde proprio niente, semplicemente restammo lì: loro come immortalati nella loro eterna bellezza, e io incapace anche solo di respirare.
Fu a quel punto che sorrisero, e io compresi tutto.
In quel momento capii che non sarei sfuggita alla loro presa mortale. Quei due mi avrebbero rapita, violentata e ammazzata. Era una cosa terribile, eppure certamente migliore della fine di Laura, una mia amica morta due anni prima perché investita da un camion che non aveva rispettato il rosso: avevano dovuto toglierla dalle ruote del tir pezzettino per pezzettino.
- Ehi ragazzina, abiti qui? - mi chiese quello alla guida, simpatico anche se figlio di puttana patentato, mentre l’altro sorrideva spargendo morte ovunque.
Mossi leggermente la testa.
- Un gran bel posto - commentò, mentre l’altro si toglieva gli occhiali da sole per piantarmi addosso due occhi verdi al cianuro.
- Passi qui tutte le vacanze? - mi chiese.
Di nuovo scossi la testa, ancora non mi sentivo autorizzata a usare la voce. Il sorriso si fece se possibile ancora più letale, ma per darmi un po’ di pace distolse lo sguardo verso un imprecisato orizzonte.
- E come mai non vai al mare come gli altri? - la sua voce era forte e sinuosa come una serpe.
Non dovevo rispondere. Sapevo di non doverlo fare. Eppure cercai alla velocità della luce la frase meno stupida e alla fine il risultato fu: - Sono sola…
In fondo avevo optato per la nuda verità.
I due assassini si guardarono fra loro scambiandosi un’espressione buffa.
- Hai sentito? - disse il guidatore - Questa bella bimba è sola…
Pensai che si sarebbero ribaltati dalle risate, invece l’amico mi dedicò uno sguardo che non aveva niente a che fare con lo scherno. In quel momento i nostri occhi si parlarono a lungo. Fu solo un istante, ma intuii che quel ragazzo, esattamente come me, in molti momenti della sua avventurosa vita da copertina, aveva conosciuto il significato vero della solitudine.
Scese dall’auto e, nonostante sapessi che l’unica cosa da fare fosse scappare, non potei far altro che restare lì a guardarlo. In piedi era ancora più bello: alto più di un metro e ottanta, biondo, abbronzato, con labbra carnose dalle quali uscivano parole modulate in modo da scatenare qualsiasi fantasia.
- Che ne diresti di venire al mare con noi?
Non credevo che fosse così facile sentirselo dire. Non me l’aveva mai chiesto nessuno, né i compagni di scuola, e neppure i ragazzi che abitavano vicino a me nel quartiere dormitorio, a parte Paolone ovviamente.
La mia reazione fu sorprendente, perché feci quasi finta di nulla. L’annunciata tempesta emotiva non seguì quelle parole così desiderate, e mi sorpresi a pensarci su. In verità era il risultato del mio stato confusionale: non sapevo cosa dire, perché il mio passato non mi aveva attrezzata ad affrontare una situazione del genere. Gli anni trascorsi nella mia cameretta a sognare, a toccarmi, ad ascoltare musica, mentre le altre stanze erano popolate da fantasmi pieni di dolore, in quel momento non mi aiutavano ad apparire una ragazza sveglia e perspicace.
Avvertivo il pericolo, anzi l’avevo sentito prima del nostro incontro, ma non me fregava niente. Così decisi di consegnarmi a loro. Non risposi, ma buttai nel fosso la mia vecchia mountain-bike, così come gettai la mia vecchia vita.
Peccato che quella nuova fosse destinata a durare così poco…
Mi voltai verso casa mia e mi sembrò di vedere mia madre alla finestra. Ma si trattava solo un’impressione, lei probabilmente era ancora stesa sul divano.
Paolone invece lo vidi di sicuro. Osservava la scena preoccupato, soprattutto per se stesso, perché era certo che da quel momento non l’avrei degnato più di uno sguardo e sarebbe rimasto solo.
Nessuno di loro, reale o fantastico che fosse, disse o fece nulla, neanche un cenno, per convincermi a restare. Sembravano solo increduli che io potessi cambiare qualcosa della mia esistenza. Non feci altro che avvicinarmi e quel meraviglioso bastardo spalancò lo sportello, facendomi accomodare sul sedile posteriore. Si stava a meraviglia e io mi sentivo un’autentica diva.
- Tutti al mare! - gridò quello al volante in maniera ridicola, eppure allo stesso tempo sublime.
L’altro si voltò e ghignò come per dire: sei mia! E io desideravo solo essere sua, qualsiasi atroce esperienza ci fosse in serbo per me.
Ripartimmo con lo stesso aplomb con cui i due si erano materializzati. Come avrei imparato in seguito, il diavolo non ha mai fretta. Il guidatore si voltò un attimo verso di me.
- Che cos’hai in mano?
Stringevo ancora il regalo di Paolone, me ne ero completamente dimenticata.
- Un cd - risposi urlando nel vento. – Un cd dei Coldplay.
- Accidenti, il mio gruppo preferito! - esclamò l’altro voltandosi.
Avevamo gli stessi gusti. A quel punto avrebbe potuto già uccidermi. Afferrò il cd con sicurezza e lo infilò nel lettore. L’auto arrivò al bivio e infilò la strada che conduceva al mare, prendendo velocità. Il piano di Clocks incendiò l’aria ancor di più. Io stavo per morire e non mi ero mai sentita così leggera.

Archiviato in: Cosa? — Stefano @ 20:36

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