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5 Giugno 2008

I’m stretched on your grave - Sinead O’Connor (Racconto)

 Altro racconto scritto negli anni 90 ed anche questo sembrava un’esagerazione. I recenti fatti di cronaca però lo rendono attuale almeno come tematica. E’ un po’ “romeoegiulietta” ma anche il Bardo non passa mai di moda.

Non era mai accaduto nulla, ma questo non voleva dire che prima o poi, non sarebbe successo qualcosa. More...
Tutti gli anni durante il periodo della fiera arrivavano le giostre, un’usanza comune e di nessuna importanza, anche per i bambini ormai smarriti tra tv e computer. Quell’anno però non vennero i soliti giostrai, ma una famiglia numerosa di quelli che in paese venivano chiamati gli “zingari”.
Forse lo erano, ma non era quella dei paesani una speculazione antropologica, bensì un concetto razzista ben radicato verso la gente nomade in genere, o meglio, verso tutti coloro che venivano visti come fuori dalla norma.
Mauro era diverso da tutti gli altri ragazzi del paese.
I suoi amici, loro sì che sapevano cosa fare agli “zingari”: rasarli a zero e mandarli a lavorare nei campi. Un altro gli avrebbe fatto mangiare del sapone per un mese, “così finalmente si lavavano”, ‘sti schifosi bastardi figli di puttana che vanno a rubare anziché lavorare….
Mauro era diverso, per fortuna, anzi per sua sfortuna, perchè questo provocava la rabbia del padre e di Enrico, suo fratello maggiore, nonché l’ilarità dei suoi amici.
Alcuni sostenevano anche che fosse frocio, tanto per far tornare quell’equazione che quelli lì sono tutti della stessa razza e per quelli lì intendevano i froci, i negri, gli zingari e gli handicappati, anche se per questi ultimi, i fini psicologi paesani, notavano che non era colpa loro.
Alla fine della fiera gli zingari non se ne andarono e questo aumentò il malumore degli abitanti. Qualcuno già diceva che si doveva intervenire.
Il parroco sosteneva che erano tutti figli del Signore, quindi andavano lasciati in pace; a questa affermazione, una donnetta sugli ottanta, buona cristiana timorata di Dio, decise di non andare più a Messa da quel prete amico dei ladri e degli atei.
Mauro sognava un’altra città, addirittura un altro mondo.
Non si intendeva con quegli sconosciuti che erano amici solo perchè se li era trovati come vicini di casa o compagni di classe. Quei finti amici che parlavano di quanto andava forte la loro moto o di quanto fosse lungo il loro cazzo.
Mauro però non aveva mai alzato la voce, aveva sempre e solo subito, almeno fino a quel giorno.
Nel bar entrò lei, Anita, una delle zingare.
Aveva circa vent’anni, occhi grandi e luminosissimi, capelli corvini, di quella bellezza eccessiva e disturbante il cui magnetismo è sconosciuto in un posto come quello, dove le ragazze sono tutte uguali, pronte solo a scimmiottare quelle giusto un po’ più fini di città.
Mauro incrociò lo sguardo fiero di Anita ed avvertì un fitta al petto che non gli era mai provato, uno strano miscuglio di paura ed euforia.
La ragazza chiese una bottiglia d’acqua, ma il barista, noto esponente dell’intellighenzia locale la redarguì bonariamente.
“Valla a rubare da qualche parte, troia!”.
Tutti i presenti risero, Mauro si vergognò per loro.
Anita non si arrese e chiese ancora la bottiglia d’acqua, mettendo i soldi sul bancone. Intanto alcuni simpaticoni si erano avvicinati e l’avevano circondata. “Dove li hai presi quei soldi, eh?” fu la domanda di uno “A ciucciare cazzi?” e giù a ridere. Anita li guardava con odio, loro le erano sempre più addosso.
Uno le palpò il culo, lei si girò e gli mollò uno schiaffo, l’altro le dette uno spintone.
Mauro non ne poteva più e urlò: “Basta brutte teste di cazzo!” poi si fece largo e spinse via le persone. “Siete degli animali, delle bestie. Non siete degli uomini!” Tutti lo guardarono come se fosse pazzo, con un sorrisino ironico sulle labbra. Anita corse fuori, Mauro guardò con odio quelli che avrebbero dovuto essere suoi amici poi la inseguì.
Dopo qualche centinaia di metri, la ragazza si accorse di essere seguita, si girò verso di lui ed incominciò ad insultarlo “Razza di maiali, ce l’avete con noi! Che cazzo vi abbiamo fatto? Credete veramente di essere migliori, bastardi?” poi afferrò un sasso e glielo scagliò contro.
Mauro restò impietrito da questa reazione e non fece altro che guardare Anita mentre si allontanava.
Al suo rientro al bar lo attendevano gli amici pronti ovviamente a prenderlo in giro.
Non era nulla a confronto di ciò che gli sarebbe toccato a casa.
Enrico di ritorno dal lavoro si era fermato come sempre al bar e qualcuno gli aveva raccontato l’ultima impresa di quel frocio di suo fratello, così andò su tutte le furie e piombò a casa deciso a farsi giustizia
“Sei proprio il figlio di una cagna, visto che non hai il minimo rispetto per tua madre” disse a Mauro traboccante di livore.
Il fratello più piccolo lì per lì non comprese.
Enrico lo afferrò per la camicia e lo sbatté contro il muro “Dove vuoi arrivare? Chi cazzo ti credi di essere? Adesso ti metti anche a difendere gli zingari…. perchè non li inviti anche a cena… intanto che ci sei?”
Mauro comprese; non aveva mai odiato Enrico, anche se lo considerava una gran bastardo, in quel momento i suoi sentimenti cambiarono.
“Preferirei venissero loro, piuttosto che stare a tavola con un pezzo di merda come te!”
Il fratello continuò a sbatterlo contro il muro
“Allora è vero… è vero che sei frocio! Guarda che io ti sbatto fuori di casa. Non voglio un fratello frocio, amico degli zingari!”
In quel momento si aprì la porta, era la madre.
“Smettila Enrico!” ordinò. Lui mollò il fratello “Ci siamo capiti!” disse minaccioso prima di andarsene.
Mauro si gettò sul letto mettendosi a piangere, la madre si sedette vicino a lui e accarezzandogli la testa.
Qualche giorno dopo Mauro era in giro in bici ed incrociò Anita.
Quando la vide si rabbuiò, lei invece gli sorrise, facendogli segno di avvicinarsi, lui era ipnotizzato.
“Ti devo chiedere scusa per l’altro giorno, avevo perso la testa” da così vicino era ancora più bella
“Dovrei essere io a chiederti scusa, ma non so se può servire” lei gli afferrò le mani e gliele strinse, Mauro non si era mai sentito così vicino al paradiso
“Tu sei buono, si vede dagli occhi”, lui arrossì “Si vede solo questo?” chiese, ma Anita si era già incamminata verso i carrozzoni che le facevano da casa.
Da quel giorno non riusciva a far altro che pensare a lei ed escogitare sistemi per poterla incontrare.
Ci pensò come sempre il destino.
Una sera andò a fare un giro in una discoteca del posto con un amico che presto trovò un intorto e lo piantò in asso; non era la prima volta che accadeva.
Mauro meditò di tornare a casa, ma all’uscita si imbatté in Anita. Non si chiese neanche che ci facesse lei in un posto come quello, del resto, a differenza delle zingare più anziane vestiva normalmente ed a parte un’insana passione per gli anelli che le tempestavano le mani, era una ragazza come tante altre; per lui la ragazza migliore di tutte le altre.
Si avvicinò e le sussurrò “Ciao” terrorizzato dalla risposta.
Anita si voltò e rispose “Ciao” sorridendo ed accarezzandogli il viso.
Dopo un po’ di chiacchiere consuete, decisero di uscire per stare più tranquilli.
Per loro non era difficile comunicare: erano entrambi insoddisfatti.
Lei soffriva per la sua condizione di nomade, nonché del razzismo di cui era imbevuta la sua esistenza; lui non reggeva la mentalità ristretta della gente di quel maledetto paese e della sua secolare mancanza di prospettive.
Anita suggerì di fuggire, Mauro propose di farlo insieme, poi si baciarono. Restarono abbracciati per un po’ sentendosi veramente felici per la prima volta, sentendosi sicuri, ora che ognuno di loro aveva trovato qualcuno con cui dividere le proprie ansie e le proprie gioie.
Improvvisamente Mauro cadde per terra, qualcuno alle spalle gli aveva inferto un colpo tremendo alla schiena.
Anita cercò di bloccare l’aggressore. “Ti prego, no!” gridava, ma lui non si arrestava ed assestò due calci al ragazzo.
Per un bel pezzo, Mauro non capì più nulla e quando tornò quasi cosciente vide che era circondato dalla gente, ma non gliene fregava niente, a lui interessava solo dove fosse Anita. La vide mentre parlava concitatamente con un robusto ragazzo dai capelli lunghi. Le prime frasi della ragazza che captò furono “Lui è buono, lascialo stare! Lui è diverso”.
A fatica riuscì ad alzarsi in piedi. Si rese conto che tutti quelli che aveva intorno erano zingari. Mauro abbozzò un mezzo saluto, l’assalitore gli si fece incontro sempre con aria minacciosa e temette il peggio.
Il ragazzo con i capelli lunghi indicò Anita che restò lontana “Quella è mia sorella e non me frega un cazzo se tu l’hai aiutata. Ci trattate sempre come cani, non vogliamo avere a che fare con gente come voi. Per questa volta passi, ma se ti trovo ancora vicino a lei, ti ammazzo!” Sputò per terra e girò le spalle andandosene con passo svelto trascinando per un braccio Anita.
Una a volta a casa, nel letto, Mauro pianse, non consolandosi al pensiero che forse, la sua adorata zingara, versava anch’essa le sue lacrime.
La mattina dopo fu svegliato dalle voci concitate di suo padre e di suo fratello. Sceso in cucina chiese la ragione di tanto caos e sua madre con aria sconsolata disse che erano andati a rubare a casa dello zio Paride. Dicevano che erano stati gli “zingari”. Ora volevano dar loro una lezione e cacciarli via.
Per lui era come una fucilata in pieno petto, ma sapeva che in ogni caso prima o poi se ne sarebbero andati e con loro la ragazza dei suoi sogni.
Doveva parlare con Anita, ma non sapeva cosa fare.
Si preparò velocemente poi andò al bar nel tentativo di sapere le ultime notizie.
La prima persona che incontrò fu proprio suo fratello Enrico chiaramente euforico. “Per i tuoi amici è finita, stronzetto!”. Mauro lasciò perdere e si fece raccontare da un altro cosa era accaduto.
Tre giovani zingari, verso l’una di notte, sarebbero penetrati nella casa di suo zio Paride per derubarlo di tutti i suoi averi, compreso il preziosissimo orologio da taschino, un regalo di suo nonno a cui teneva tantissimo.
I Carabinieri avevano arrestato tre giovani che, si diceva, avessero addosso la refurtiva.
Mauro si diresse in caserma e lì ritrovò suo fratello, suo padre, lo zio Paride e suo cugino. Stavano ragliando a gran voce contro tre ragazzi che erano seduti dall’altra parte della stanza. Il maresciallo stava cercando di calmare gli animi senza molto successo.
Uno dei presunti colpevoli era il fratello di Anita. “Ammazzateli quei bastardi!” gridò Enrico.
Il Maresciallo si rivolse allo zio Paride “Allora siete sicuro che all’una di questa notte siano stati loro ad entrare furtivamente in casa vostra?” Il vegliardo gonfiò il petto “Certo! Li ho visti io! Li riconosco”.
Mauro non ce la fece a star zitto “Non è possibile….” disse ad alta voce, i suoi parenti si voltarono verso di lui guardandolo con disprezzo.
Il Maresciallo sorpreso chiese“E tu, che cosa ne sai?”
Mauro guardò dritto negli occhi il fratello di Anita “Ieri sera loro erano in discoteca e proprio verso l’una erano con me. Stavamo… discutendo”
Il Maresciallo assunse un’espressione seria, mentre i parenti di Mauro erano increduli.
Il sottufficiale dei Carabinieri cercò di chiarire tutto ascoltando le parole sempre più sicure di Mauro e quelle sempre meno convincenti di suo zio, che prima aveva riconosciuto, poi non era così sicuro, per approdare al fatto che era mezzo cieco. Parte della refurtiva poi, non il prezioso orologio, era stata trovata nei pressi del campo nomadi, ma anche questo non voleva dire nulla.
Il Maresciallo non poté far altro che lasciar andare i tre zingari.
Mauro doveva assolutamente parlare con il fratello di Anita, suo fratello cercò di bloccarlo ringhiando un: “Bastardo!”, ma lui proseguì la sua corsa, incrociando anche lo sguardo del padre a cui non badò.
Lo zingaro non aveva mutato il suo atteggiamento e nonostante tutto non sembrava provare simpatia per Mauro “Stammi alla larga” fu infatti il suo avvertimento “Non credere che aver detto la verità mi commuova. Quelli là dentro sono tutti tuoi parenti”.
Mauro trovando chissà dove il coraggio lo afferrò con forza per un braccio “Ascolta stronzo! Lo sai che tutte le tue minacce e le tue botte, non mi faranno smuovere di un millimetro”.
Lo zingaro non reagì, anzi guardò Mauro con un certo rispetto “Voglio solo incontrare tua sorella, anche per poco, ma ho bisogno di parlarle. Io non vivo più se non lo faccio. Non so niente di voi, delle vostre tradizioni e non  me ne frega niente, per me siete come gli altri. Voi, ma Anita no. Lei è qualcosa di speciale…. non so se lo riesci a capire….”
Lo zingaro scosse la testa in segno affermativo e senza mutare l’aspetto severo del viso sentenziò: “Stasera alle nove. Mezzora e non di più. Tanto domani andremo via”
Mauro lo guardò allontanarsi insieme agli altri due, mentre il suo cuore esplodeva di gioia: avrebbe rivisto Anita.
Giunto a casa per il pranzo, non trovò nessuno. Avrebbe voluto comunicare la sua gioia alla madre, l’unica che poteva capirlo, ma in casa regnava uno strano silenzio e tutte le persiane erano chiuse. Girò per varie stanze per vedere se c’era qualcuno, ma senza alcun esito. Decise di andare in camera sua. Anche lì era buio, cercò l’interruttore, ma non fece in tempo, qualcuno lo spinse in avanti con forza e lui andò ad urtare il letto.
Lo sconosciuto gli fu subito addosso e lo tempestò di calci e pugni, poi si sfilò la cinghia dai calzoni. A quel punto Mauro capì tutto: l’assalitore non poteva essere che suo padre.
Non ebbe più neanche la forza di reagire o tentare di difendersi.
Ogni colpo per lui, non era un livido in più, ma un pezzo di anima in meno.
Alla fine della burrasca era a terra dolorante, ma senza nessuna voglia di piangere,  sentì che non avrebbe versato più una lacrima in vita sua.
Suo padre se ne andò ringhiando; sulla porta c’era anche suo fratello.
“Sei stato fortunato che la lezione te l’ha voluta dare lui. Io ti avrei ammazzato, bastardo!” fu la sua frase di congedo.
Passò il pomeriggio  cercando di medicarsi le ferite, quelle che era possibile far rimarginare, le altre avrebbero sanguinato per sempre.
Era già buio quando si incamminò verso il campo nomadi. Arrivato nei pressi dei primi carrozzoni, fu circondato.
Per un attimo pensò ad un’altra vendetta familiare, ma si accorse subito che quella gente non era del suo sangue, ammesso che qualcuno tra i suoi parenti, ne avesse dentro le vene. Erano gli zingari, nuovamente ostili e minacciosi.
Pian piano lo strinsero sempre di più, finché poté sentire addosso il loro respiro.
In quel momento comparve il fratello di Anita, con il viso trasfigurato dalla rabbia. Mauro non capiva “Non erano questi i patti, dov’è finita la tua parola d’onore?”
Lo zingaro con uno scatto gli fu addosso e lo afferrò per il bavero del giubbotto “Stai zitto piccolo bastardo! Piccolo pezzo di merda!” poi sputò per terra dicendo qualcosa in una lingua sconosciuta.
Guardò Mauro dritto negli occhi “Parlate di noi come bestie, figli di puttana. Siete voi le vere bestie!” Mauro continuava a non capire e non sapeva come spiegarlo, finché vide lo zingaro indicargli una persona che stava avanzando dal buio.
La riconobbe subito: era Anita, ma il cuore gli andò in pezzi; la ragazza dei suoi sogni era malconcia, con il viso tumefatto, i vestiti laceri e la bocca sanguinante.
Non riusciva più parlare, lo fece suo fratello: “L’hanno violentata! I tuoi luridi parenti l’hanno violentata…. e tu volevi che il tuo sangue si mischiasse con il nostro!“
Mauro non sentì le ultime parole, sconvolto cercò di avvicinarsi ad Anita, riuscì solo a sfiorarle un braccio.
“Non toccarla!” gridò il fratello “Non provarci” Mauro lo guardò con aria supplichevole
“Ma io non c’entro nulla….” Lo zingaro sorrise “Lo so. Se no ti avevo già ammazzato. Qualcuno però ha già pagato…. Guarda ho un regalo per la tua famiglia”. Dalla tasca del giaccone tirò fuori un fazzoletto con qualcosa dentro e glielo porse, Mauro sentì che il contenuto era molliccio e quando controllò vide che si trattava di un pezzo di carne sanguinolenta, probabilmente il pene di qualcuno.
Il ragazzo si accasciò al suolo, lo zingaro si mise a ridere “Non ti preoccupare, non è del tuo caro fratellino. Quel coniglio appena ci ha visti è scappato via, ma non è detto che presto non ci sia giustizia anche per lui… è di un suo amico, volevo metterglielo in gola dopo averlo sgozzato, ma non avrei più avuto il mio trofeo” continuò a ridere seguito dai suoi compagni.
Mauro guardò Anita, che insieme a lui era l’unica a non ridere.
Si osservarono a lungo comunicandosi che questo mondo non era fatto per loro, ma proprio in quel momento giunsero alcune auto da cui scesero varie persone, che gridando contro gli zingari iniziarono a lanciare sassi.
Erano i paesani che si volevano vendicare. Arrivarono altre auto e gli zingari risposero sia agli insulti che alla sassaiola
In pochissimo tempo si scatenò un’autentica battaglia.
Presto si sentirono anche le sirene della Polizia e nella confusione Mauro cercò di rintracciare Anita, ma non ci riuscì.
Gli agenti spararono in aria, la gente si calmò per un attimo, ma continuò a protestare, voleva il sangue.
Un sottufficiale gridò che si sapeva già chi era il colpevole e che presto sarebbe stato arrestato. Molti gridarono che era meglio ucciderli tutti subito e la folla tornò a muoversi minacciosamente, allora il poliziotto sparò una raffica di mitra due metri sopra le teste dei giustizieri, che si bloccarono definitivamente.
“Tornate nelle vostre case. Stasera non accadranno altre disgrazie. I nomadi saranno allontanati domani mattina all’alba”
Mauro, come tutti gli altri, si mosse verso casa sua.
Trovò in cucina suo fratello piangente e tremante, ma non badò né a lui, né a suo padre.
Prese lo zaino che usava per le escursioni in montagna ed incominciò a infilarci le sue cose.
Si aprì la porta, questa volta era la madre.
“Dove vai?” chiese, Mauro la guardò senza risentimento, perchè anche lei era una vittima di quel posto di merda “Via. Non so dove, ma lontano da tutto questo fango”
La madre si sedette sul bordo del letto ed iniziò a parlare con calma: “Pensi sia una cosa così giusta?” Mauro si arrestò “Non credi invece che fuggire sia peggio che restare e lottare?” Il ragazzo guardò la madre, provava a trarre dalle pacifiche pieghe del suo viso la stessa serena forza di sopportazione che lei aveva avuto in tutti quegli anni, con suo padre prima e con suo fratello poi.
“Non cambierà mai nulla qui”
La madre sorrise “Se tutte  le persone migliori ci abbandonano come stai facendo tu, non ci sarà speranza per questo posto”. Ci fu un attimo di silenzio poi la donna riprese: “Credi che il resto del mondo sia meglio di questo paese? Credi che altrove tutta la gente passi tutto il suo tempo ad amarsi piuttosto che a combattersi?” Mauro si sedette sul bordo del letto e si mise a pensare.
“In effetti non so cosa fare, ma ho una sola paura: diventare come loro, o peggio: completamente indifferente.”
La madre lo abbracciò poi iniziò a frugarsi fra le tasche “Se vuoi un buon motivo per andartene te lo do’ io” e tirò fuori il famoso orologio d’oro dello zio Paride. Mauro balzò in piedi
“Dove l’hai trovato?”
La donna sospirò
“In camera di tuo fratello, mentre mettevo a posto. E’ stato lui a rubarlo per poi incolpare gli zingari”
Il ragazzo tornò a sedersi, era attonito, faceva fatica a credere  ciò che gli aveva appena raccontato sua madre, ma tutti i conti tornavano.
La donna gli porse anche una busta. “Sono soldi” disse “I pochi che sono riuscita a nascondere a tuo padre. Ora dormi. Se decidi di partire domani mattina alle cinque e diciotto  c’è il primo treno, vai dalla zia Serena e cerca di sistemarti lì.”
Si mise a piangere “Vedi di stare attento e ti prego solo di una cosa: qualsiasi cosa accada, non diventare mai come tuo fratello Enrico. Se non parti ci vediamo domani mattina” Baciò il figlio e se ne andò.
Mauro dormì male quella notte; i suoi incubi erano terribilmente reali, quasi tangibili.
Rivide tutti i volti di quei giorni e tornò a provare le stesse sensazioni.
Alle prime luci del giorno era già pronto.
Uscì di casa in silenzio senza incontrare nessuno. Quando s’incamminò lungo la strada non si voltò neanche un secondo, ma sapeva che sua madre era là, alla finestra, in lacrime, mentre lo vedeva fuggire via, forse verso un futuro migliore.
Il treno partì puntuale e pochi chilometri fuori dal paese, affiancò la colonna di carovane dei giostrai che si stava mettendo in movimento.
A Mauro parve, anche solo per un attimo, di intravedere Anita, ma era solo la sua fantasia.
Di sicuro sapeva che presto si sarebbero incontrati di nuovo e che forse, da qualche parte, avrebbero potuto anche essere felici.
 

Archiviato in: Racconti — Stefano @ 22:25

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