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10 Aprile 2008

Aguaplano - Paolo Conte (racconto)

Nessuno si ricorda più di Jorge Coimbra detto Gomes.
Forse, insistendo, qualcuno lo rammenta, ma bisogna farlo a lungo. More...
Nei primi anni ottanta poco prima dell’estate avevo trovato un lavoretto da aiuto magazziniere della squadra di calcio della città. 
Una squadra di serie A, mediamente forte, da centro classifica in pratica, molto seguita comunque dai miei concittadini. Il lavoro, l’ideale per mettersi in tasca qualche lira e continuare gli studi universitari, me l’aveva trovato Biagio, un conoscente di mia madre, che da sessant’anni non si perdeva una partita ed era notissimo nell’ambiente.
Un ricco industriale quasi al mio contemporaneo ingresso aveva rilevato il pacchetto di maggioranza ed i tifosi si aspettavano grandi cose.
Quello che rendeva però speciale quell’anno era il ritorno dei giocatori stranieri nel nostro campionato dopo molti anni di assenza e tutte le Società, dalle più prestigiose alle più povere, dovevano avere il loro esotico asso nella manica.
La squadra per cui lavoravo non era da meno ed il nuovo padrone appena insidiato, annunciò l’acquisto di una giovane grande promessa del calcio brasiliano: Jorge Coimbra appunto, più conosciuto (conosciuto da chi?) come Gomes.
In verità nessuno l’aveva visto in azione, ma allora si faceva così: qualche esperto del settore dava alcune informazioni, poi qualche astuto procuratore preparava una videocassetta con le cose migliori (i dribbling, i goals, soprattutto i goals, nettare supremo dell’alveare eccessivamente ronzante che è il mondo del calcio) ed i presidenti, pronti a farsi grandi con la piazza che sognava ad occhi aperti, aprivano il portafoglio.
Gomes era poi il tipo giusto ed aveva poca importanza che in verità giocasse in Messico, era brasiliano di nascita, di colore, non eccessivamente alto di statura, magro e guizzante. Nell’ultimo campionato aveva segnato ventidue goals, inutile spiegare ad un tifoso vero e proprio che era impossibile ripetersi a quei livelli in Italia, ma tutti erano già fuori di testa.
Biagio già delirava di scudetto in tre anni, di coppa Italia, di zona UEFA, le stesse cose che si dicevano in tutte le altre città della serie A.
Ecco allora i duemila tifosi sotto la finestra della sede il giorno dell’arrivo di Gomes, le grida, gli inni, le sciarpe, i sorrisi, stupiti i suoi, tronfi quelli del Presidente. Alla fine, poco prima dello champagne, arrivarono i proclami, sempre gli stessi credo.
L’entusiasmo continuò per tutto il ritiro, dove la quadra seppellì di reti varie congreghe pallonare semiprofessioniste ed al suo rientro in città a sorpresa fui convocato dal Presidente.
Aveva saputo che studiavo economia e commercio ed avevo sostenuto alcuni esami di lingua straniera tra cui lo spagnolo; mi investì allora del preziosissimo incarico di accompagnatore-autista di Gomes, anche perché grazie alla sua straordinaria cultura, non richiesta in ambito calcistico, i brasiliani, come tutti i sudamericani del resto, parlavano lo spagnolo e non il portoghese.
Il pomeriggio stesso, alla fine dell’allenamento, mi fu presentato Gomes e gli spiegai il mio compito. Lui sorrise timidamente quasi per chiedermi scusa e disse che avrebbe cercato di darmi  meno fastidio possibile.
Diventammo amici subito.
I primi tempi non parlava molto, si guardava in giro, sempre con quell’aria stupita e divertita; gli sembrava incredibile che tutti fossero  suoi ammiratori, che l’edicolante sotto casa sua gli regalasse i giornali e che se andava al bar non riuscisse a pagare mai una volta. Era il settimo di dieci figli, l’unico ad avere un lavoro, il padre era morto quando aveva undici anni ed i suoi familiari erano sparsi un po’ dappertutto; ora che stava facendo un po’ di soldi contava di riunirli.
Il tempo trascorreva e noi giorno dopo giorno diventavamo sempre più legati, anche perché i compagni di squadra lo snobbavano, forse erano gelosi della sua popolarità così immediata ed ai loro occhi immeritata. Intanto era iniziato il campionato e la squadra era partita benino; nelle prime sei partite aveva vinto solo una volta, ma anche perso una sola volta, fuori casa e con la squadra campione uscente. Il gioco c’era e Gomes aveva fatto un solo goal, da opportunista. Appena messa la palla in rete era volato verso la curva, buttandosi in ginocchio, quell’immagine fece il giro della nazione tra giornali e tv.
La simpatia per il personaggio stava aumentando, ma un paio di cose incominciarono a dare dei problemi. Finessi, capitano e bandiera da anni della squadra, era stato accantonato nell’immaginario dei tifosi da questo ragazzo di colore; in più intorno a Gomes aveva iniziato a gravitare una persona ancor più pericolosa: Irene detta “la rossa”.
Quest’ultima era un mito in città; le sue focose spire avevano avvolto politici, sportivi e giornalisti; ed era per questo una tale potenza per cui a lei tutte le porte erano aperte; anche quelle, abitualmente assai serrate, di uno spogliatoio di una squadra di calcio.
Io ne avevo solo sentito parlare e l’avevo vista in un paio di volte in foto, quando me la trovai di fronte al campo fu uno choc: era bellissima.
Il secondo colpo arrivò dopo due minuti: Gomes mi disse che potevo andare perché aveva chi l’avrebbe accompagnato a casa e come un lampo balzò sulla Mercedes della “rossa”.
Ero un po’ preoccupato, ma in fondo contento; ho sempre pensato che non esistano uomini rovinati dalle donne se i primi non sono totalmente idioti e Gomes era in gamba.
Presto l’idolo sudamericano finì sulle pagine dei giornali anche per meriti extrasportivi e questo all’inizio, per assurdo, gli procurò un’ulteriore dose di simpatia; un campione-chiavatore era una bella immagine per il tifoso medio.
Io lo vedevo felice, tra l’altro era venuto a stare con lui suo fratello Artur e questo aumentava la sua gioia; Irene la “rossa” non sembrava affatto quella strega terrificante.
I problemi però, iniziarono presto: Gomes iniziò a risentire di guai muscolari, il dottore ed il massaggiatore, entrambi amici di Finessi,  non lo aiutarono certo. L’allenatore si preoccupò subito e lo mise in panchina per un paio di incontri, facile intuire perché molta gente iniziò ad associare la passione per la “rossa” alle scarse prestazioni del campioncino brasiliano.
Gomes era giù di corda, ma presto arrivò il Natale e poté tornare per alcuni giorni in Brasile e quando rientrò era nuovamente ottimista.
In agguato c’era però un  inatteso nemico: il freddo.
Quell’inverno fu uno dei più duri da vent’anni a quella parte e non è difficile capire quanto lo fosse per lui.
Un giorno nevicò, lo andai a prendere e lo ritrovai quasi in stato catatonico: era la prima volta che vedeva la neve.
Anche questa storia girò per tutta la nazione, ma notai che in giro c’era meno accondiscendenza e più sarcasmo.
Gomes si bloccò con tutto quel freddo e la squadra che aveva intorno si rivelò più fragile delle attese. In pratica a primavera erano penultimi. L’opinione pubblica ovviamente era cambiata: “bufala brasiliana” l’aveva chiamato il solito saccente ex-campione in tv; “fantasma in calzamaglia” era stato invece l’affettuoso appellativo datogli da un giornale.
Gomes era ancor più stupito di prima e non capiva l’eccesso di freddezza dopo tutto quell’affetto iniziale.
Due domeniche più tardi un bel sole baciava la città; il gelo era scomparso del tutto, lo stadio gremito perché si giocava un importante incontro per la salvezza.
Quando l’annunciatore a sorpresa fece il nome di Gomes, molti ironizzarono e partì anche qualche fischio, ma alla fine il clima era diverso.
Il risultato finale fu chiaro: 4 a 2 per noi e lui aveva contribuito con due reti ed un passaggio-goal; la gente ora scandiva fortissimo il suo nome.
Quella sera, improvvisamente erano ricomparse le persone sempre amiche, quelle-che-non-si-dimenticano-mai-di-te. Il brasiliano mi sorrideva con l’aria di chi aveva capito tutto. Il suo stato di forma continuò per un paio di domeniche con altre due reti, poi purtroppo Gomes s’infortunò.
La convalescenza si annunciava lunga, ma lui ce la metteva tutta per recuperare. Passavamo molto tempo insieme, lui leggeva ed io studiavo, io gli insegnavo un po’ la lingua italiana, lui quella portoghese o lo spagnolo. Le visite della “rossa” si erano invece diradate, ma lui non sembrava soffrire.
Un giorno, mentre stavamo guardando un programma sportivo serale, comparve sullo schermo il Presidente.
Disse che a costo di enormi sacrifici economici avrebbe fatto il possibile per portare la Società ai massimi livelli competitivi ed a testimonianza del suo impegno, annunciò l’acquisto di un nuovo straniero, un forte difensore centrale olandese, per la stagione successiva.
Gomes era stato scaricato e nel peggiore dei modi. Non disse nulla al riguardo, mi chiese di lasciarlo solo ed io rispettai in silenzio la sua volontà.
Mentre tornavo a piedi verso casa ascoltai i vari commenti dei tifosi nei bar e per la strada. Erano già tutti entusiasti, pronti a lanciarsi nei sogni che qualche mese prima avevano fatto con Gomes. Tra l’altro il sostituto temporaneo del mio amico brasiliano era Menichelli, un ragazzino di vent’anni di cui si diceva un gran bene, aveva risolto molte partite ed era il nuovo idolo locale. Erano anche già comparse sue fotografie sui giornali in compagni della “rossa”.
Il giorno dopo fui convocato in sede ed il Segretario mi disse che non dovevo più seguire Gomes e di restare a disposizione, immediatamente comunicai che non volevo più avere a che fare con loro e me ne andai.
Al brasiliano fu tolto anche l’alloggio così venne a stare a casa mia per un po’ e mi raccontò che la Società, quella degli enormi sacrifici economici, gli aveva anche addebitato l’ultima bolletta telefonica.
Quando fu il momento di rientrare nel suo paese, ci salutammo con affetto sincero, mi disse che la nostra amicizia lo ripagava di tutte le amarezze.
Tornò a giocare in Messico per un paio di stagioni, poi rientrò in Brasile e fu addirittura convocato per qualche partita della nazionale, ogni tanto mi scriveva ed un giorno mi fu consegnato un pacchetto.
Conteneva la tipica maglia verde-oro dei sudamericani:  la sua, quella con il numero sette.
Il biglietto diceva: “non ti ho mai regalato nulla, anche quando dividevamo giorni amari. Ora voglio dividere con te questa gioia immensa”. 
Qualche anno dopo, io mi ero laureato,  Gomes stava chiudendo la sua carriera ancora in Messico ed aveva promesso più volte di venirmi a trovare. La sua  ex squadra italiana era retrocessa più volte, il  Presidente dei grandi sacrifici se ne era andato fra i grandi fischi e grandi insulti.
Un giorno squillò al telefono, era Artur, pensavo volesse annunciarmi il viaggio di suo fratello, invece mi freddò: Gomes era morto due giorni prima in un incidente d’auto.
La telefonata transoceanica fu breve, ma io piansi a lungo.
Il giorno dopo quasi nessun giornale riportava la notizia, oppure dedicarono al fatto giusto due righe, addirittura con toni ironici.
Il campionato stava per ripartire ed il grande circo del calcio esigeva emozioni forti, super-eroi e titoli da strillare.
Solo io in silenzio ricordavo con tristezza il mio piccolo ed umanissimo amico sudamericano: Jorge Coimbra detto Gomes.

Archiviato in: Racconti — Stefano @ 22:03

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