Stefano Bon Official Website

28 Gennaio 2018

L’elogio della sconfitta

In seguito all’eliminazione della nazionale italiana di calcio dai prossimi mondiali e la burletta, o farsa che dir si voglia, sulla seguente caccia al responsabile, mi è capitato di ripensare alla “Lentezza della luce” di Michele Dalai (Mondadori).
Mi perdonerà (spero) se rileggendo le sue pagine, ho riflettuto su questo Paese che “vive la guerra come una partita di calcio e vive una partita di calcio come una guerra” (frase probabilmente mai detta da Churchill) e i cui abitanti blaterano di sport ovunque, senza poi essere in grado di esprimere un solo dirigente di livello, bensì buffi omini incapaci di articolare una frase compiuta o tronfi personaggi con tanto di messa in piega, generalmente battezzati alla fonte del sessismo o del razzismo.
Lontana da loro e dai “miliardari in mutande” tutto quello che muove invece il lavoro di Michele, cioè la passione, arrivando al punto di elogiare se non magnificare, tutto ciò che qualsiasi addetto ai lavori vede come la peste nera: la sconfitta.
Del resto lui di capitolazioni se ne intende, visto che nel 2011 fece uscire un sapido romanzo intitolato “Le più strepitose cadute della mia vita” (Mondadori) e il coraggio non gli è mancato pubblicando un libello come “Contro il Tiqui Taca - come ho imparato a detestare il Barcellona” (Mondadori) in un momento in cui a Guardiola venivano attribuiti superpoteri assimilabili al mondo Marvel.
Così mentre scorriamo le pagine piene di campi di periferia, goleador scadenti dai soprannomi improbabili e imprese sportive al negativo, veniamo assordati dallo stridore delle dichiarazioni di patetici lacchè pronti a servire il potente di turno, proni a presidenti di società degni solo delle patrie galere, o a sedicenti guerrieri duri e puri, in verità mediocri delinquenti chiamati ultras.
Michele è uomo di mondo e non senza dolore guarda, come me e altri, ai palcoscenici dei pro americani, oppure alla Premier, dove si accoppiano business e passione; dove, certo, dietro ai lustrini c’è una parte oscura, ma i campionissimi prendono la parola per migliorare la società in cui vivono e un potente proprietario di una ricca squadra viene messo alla porta per le sue frasi razziste.
Nel mondo di Dalai, dove la luce è più lenta, possiamo vedere una pura felicità nell’intendere la competizione sportiva come momento di incontro del genere umano, dove tutti portano il proprio dono, chi il talento, chi il carisma, chi l’affetto, perché la vita, si sa, è per forza gioco di squadra e come diceva quell’allenatore slavo di basket “squadra è come sommergibile: uno sbaglia, tutti morti”.
Il libro è anche una lunga confessione di un figlio diventato padre che cercherà, per quanto possibile, di non ripetere gli errori del genitore, e illuminante è già il prologo dove senza alcuna remora scrive, riferendosi a un confronto tra i due di tanti anni prima: “Questo libro è il racconto di tutto quello che non ci siamo detti quel giorno, la storia del lungo percorso necessario a superare la linea e divertirmi nonostante il poco talento”.
In verità di storie in questo libro ce ne sono tante e la bellezza delle parole è nella dignità che viene concessa a ogni personaggio che compare su queste pagine che si tratti di campioni come Nedved o Zola Budd o i Boston Celtics (uno dei grandi amori del nostro…) o di figure secondarie quali l’oscuro Domenichini del Pescara o il panchinaro Dimas (fotografato in un ritratto bizzarro e commovente al tempo stesso) per arrivare a cugini, compagni di scuola e di strada, fino ai padri e ai nonni che ti portano allo stadio e ti fanno innamorare per sempre di una bandiera; perché Michele si inserisce degnamente nella scia di quello che può essere ben definito cintura nera al massimo dan di narratore di storie sportive, cioè Federico Buffa, e non sfigura assolutamente come ha già dimostrato non solo sui libri, ma in televisione e in radio.
E’ dunque alla fine di un lungo ragionamento che mi sono ricordato di questo libro di Dalai, dopo che mio figlio mi ha chiesto “ma questa estate cosa faremo? Per chi tiferemo?” deluso dall’idea dell’assenza del rito pallonaro del mondiale, quegli attimi in cui si esplode al goal tutti insieme, ci si abbraccia anche se non ci si conosce, dimenticando tutti gli affanni.
Mi è tornato in mente il meraviglioso racconto “L’estate di Peter Sellers” con un personaggio indelebile e una storia che mischia abilmente sentimenti personali, tra notti insonni per amore o per passione sportiva e cronaca, durante un’estate che ogni italiano ai tempi ha vissuto a suo modo seguendo la Nazionale sconfitta in finale nel 1994.
Rammentando le righe di questa narrazione ho realizzato cosa ci siamo persi nel 2018, non tanto io (ho già vinto due mondiali da spettatore…) ma i giovani e nel contempo da questo racconto arriva una grande lezione: quando Michele disperato per la sconfitta si lamenta “Abbiamo perso, cosa posso fare ora, cosa faccio?” rivolgendosi all’altro (che, tanto per dire, è il sosia di Peter Sellers in Hollywood Party…) racchiudendo nella tradita passione del tifoso, l’incapacità di trovare una luce per uscire dalla sua personale oscurità.
Sarà il buffo personaggio a dargli e a dare anche a noi, la risposta giusta.
“Non importa, davvero. Abbiamo fatto del nostro meglio, tu non piangere”
Una saggezza semplice, ma profonda, di cui il libro è intriso e che lo sport italiano tutto dovrebbe riappropriarsi prima di soffocare tra le spire di persone sordide e incompetenti.

Archiviato in: Perché? — Stefano @ 18:14