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15 Gennaio 2011

I love NY

Casualmente mi sono trovato a leggere due libri nello stesso periodo, molto diversi tra loro, ma con vari punti in comune; trattasi di: “Un giorno verrò a lanciare sassi alla tua finestra” di Claudia Durastanti e “Say Goodbye” di Delfina Rattazzi. Le due autrici non potrebbero essere più distanti per stile e storia personale e lo stesso vale per le due opere, un romanzo l’uno, un memoir l’altro. Sullo sfondo di entrambi i libri si staglia però un’unica vera, gigantesca protagonista: la città di New York. Delfina, uno dei rami più fioriti dell’albero genealogico di una delle grandi famiglie italiane, va con la memoria ai suoi vent’anni quando negli anni settanta la Grande Mela era uno straordinario crogiuolo di idee e dove l’unico metro di valutazione era il talento  raccontando del suo quotidiano vissuto al fianco di personaggi che definire leggendari non è affatto un’esagerazione. Claudia a New York ci è nata, ma nel decennio successivo, quando il denaro è diventato l’autentico signore della città, ma proprio da fine seventies fa partire il suo romanzo. I suoi personaggi aspirano ad una grandezza che sanno di non avere e già dai nomi (Zelda e Francis, Edward Hopper) si propongono come una replica di miti americani. Dall’altra parte si abusa della leggenda, ma con aplomb tipicamente sabaudo; ecco dunque un invito: “Vieni stasera a vedere un giovane di belle speranze, si chiama Springsteen” o quella conversazione telefonica che non trovi nemmeno in un film: “Cosa stai facendo?” “Aspetto Jagger per prendere un the”.  Parrebbe dunque non esserci partita ed invece i punti di contatto fra le pagine, ma soprattutto fra le due esperienze sono più di una. Delfina infatti non si mette a misurare la statura dei giganti, per quello ci sono i libri di storia, le antologie ed oggi Wikipedia, ma coglie l’intensità dell’ombra alle loro spalle, mentre Claudia, raccontando il dolore della crescita al di là di qualsiasi perversione, consegna ai suoi personaggi una grandezza non rintracciabile di solito all’interno di esistenze così monocromatiche. Per caso tutte e due si trovano a parlare di Patti Smith, ma sappiamo benissimo che è tutto fuorché è una coincidenza, perché se le architravi di un’esperienza sono NY e gli anni settanta, lo spettro con la chitarra elettrica, al pari di Lou Reed, Mapplethorpe e pochi altri, non può non infestare le notti del suo sognatore. Non c’è però elegia per la Grande Mela, tutt’altro, qui si parla di una prostituta affascinante, ma infetta ed è il brulicare dei destini che si incrociano il vero dna di una città che un luogo comune piuttosto diffuso ci dice non essere America, ma il Mondo. Torna in mente l’incipit de “La Città nuda” di Dassin (The Naked City come la band più spericolata di John Zorn, terrorista sonoro e newyorchese pure lui) dove si recita “Vi sono otto milioni (ora molte di più, si era nel 1948…)  di vicende nella Città Nuda, una metropoli dove la vita della star può essere malinconica e quella dell’impiegato molto più eccitante, ma dove si lasciano anche un sacco di rimpianti, come poi in ogni parte del pianeta. Anche la più grande tragedia che ha colpito gli States negli ultimi anni lascia solo un’ombra sottoforma di ricordo, molto bello quello di Berry Berenson, sorella di Marisa ed amorevole moglie di Antony Perkins, amato seppur gay, perché ciò che conta è correre verso un sogno, ma il suo si infrange una mattina di settembre su una delle Torri. C’è una grande fame di esperienza in entrambi i libri ed alla fine ci troviamo davanti ad un grande affresco della gioventù, con tanti ideali infranti per cui però valeva la pena di vivere, sia che tu sia Hunter Thompson od un pittore di talento che finisce per curare mostre di altri. Un’esistenza che ti può portare dall’essere un semplice ragazzo introverso, perché abbandonato, a diventare un criminale neo-nazi, ma anche vivere dalla parte sbagliata del rancore e poi, come diceva Dylan (un altro che a New York ha trovato l’aria giusta da respirare) “Bringing it all back home” riportare tutto a casa, trovare finalmente la pace e qualcuno che scopri  interessato a te pronto a “lanciare sassi alla tua finestra” per svegliarti dal torpore e poter entrare nella tua vita.
New York è un’esaltazione sia della carne che dello spirito e se può far brillare alcuni, può travolgere altri, ma certo entra nelle pelle per non abbandonarti mai; così la Rattazzi chiude i suoi ricordi malinconicamente pensando che solo il passato può scaldarle il cuore ormai, mentre la Durastanti si protende verso il futuro lasciando una traccia che assomiglia ad un arcobaleno. L’enigma newyorchese pare dunque inesplicabile al pari di tutti quei milioni di destini, ma la risposta ce la da’ proprio Claudia a pagina 264 in uno dei momenti più belli del suo notevole romanzo quando scrive “ma questa è la vita che abbiamo, questo è il tempo che ci è concesso”; pare un banale invito a “cogliere l’attimo” invece è una magnifica rivincita, perché non c’è mai fine in nessuna cosa, solo nuovi inizi (Ci sono stelle/ per le strade di NY/ noi le filmeremo/ ma se nessuno vuole vederle/ noi ne creeremo ancora e ancora – Lou Reed – Starlight)

Archiviato in: Come?, Recensioni — Stefano @ 12:41

4 Gennaio 2011

Top 20 personale anno 2010

Ecco anche quest’anno la mia, unica ed irripetibile, top 20:

AVI BUFFALO - Avi Buffalo - Sub Pop
BKO - Dirtmusic - Glitterhouse
KARI BREMNES - Ly - Strange Ways
ROKY ERIKSON WITH O.R. - True love cast out all evil - Anti
JOHN GRANT - Queen of Denmark - Bella Union
KLAXONS - Surfing the void - Polydor
MAKARAS PEN - Makaras Pen - Project
JANELLE MONAE - The archandroid - Wandaland
THE NATIONAL - High violet - 4AD
SHINING - Blackjazz - Indie
SIGHTINGS - The city of straw - Brah/Jagjaguwar
SLEEPY SUN - Fever - Atp
SOFT MOON - Soft Moon - Captured Tracks
ESPERANZA SPALDING - Chamber music society - Heads Up
SUPERCHUNK - Majesty Shredding - Merge
SUPERSILENT - 10 - Rune Grammofon
SWANS - My father will guide me up… - Young God
THE UNWINDING HOURS - The Unwinding Hours - Chem.Underground
WARPAINT - The fool - Rough Trade
YAKUZA - Of seismic consequence -Prosthetic Red

Archiviato in: Perché? — Stefano @ 16:15