Stefano Bon Official Website

27 Dicembre 2015

Top 20 - Anno 2015

Anche per quest’anno: i dischi che mi son piaciuti di più… semplicemente

BANG GANG – The Wolves are whispering – Bang ehf
BOOGARINS – Manual – Fat Possum
JOHN CARPENTER – Lost themes – Sacred Bones
COLDPLAY – A head full of dreams - Parlophone
DEATH CAB FOR CUTIE – Kintsugi - Atlantic
THE DECEMBERIST – What a terrible world, what a beautiful world – Capitol
ELAENIA – Floating points - Pluto
BILL FAY – Who is the sender? – Dead Oceans
FOALS – What went down – Transgressive
FOLLAKZOID – III – Sacred Bones
NILS FRAHM – Solo – Erased Tapes
GHOSTFACE KILLAH & BADBADNOTGOOD – Sour soul – Lex Records
KADAVAR – Berlin – Nuclear Blast
KILLING JOKE – Pylon - Spinefarm
PLATONICK DIVE – Overflow – Black Candy
JOSH ROUSE – The embers of time – Yep Rock
SHINING – International Blackjazz Society - Spinefarm
SLAVES – Are you satisfied? – Virgin
TERAKAFT – Alone – Outhere Rec.
KURT VILE – B’lieve I’m goin’ down – Matador

Archiviato in: Perché? — Stefano @ 17:02

6 Settembre 2015

The Ruby Sea - Thin White Rope (racconto)

Quel maledetto mare.
Quando erano partiti sembrava essere tranquillo, poi man mano che erano avanzati, si era ingrossato sempre di più.
Li aveva tenuti in balìa per ore intere, come se giocasse, poi stanco del suo sciocco divertimento, li aveva spazzati via, per seppellirli nell’acqua.
Quel maledetto mare voleva cancellarli, perché vittime si nasce ed a loro non era consentito sognare una vita diversa.
Qaddar credeva di stare ancora naufragando e che qualcosa, là nel mezzo, lo colpisse con forza, forse un pezzo della minuscola barca con cui erano partiti.
Il legno non parla e tantomeno urla e poi non era più in acqua perché i suoi pugni stringevano sabbia.
Si voltò di scatto, stava albeggiando, era steso su una spiaggia ed un uomo, dall’apparenza enorme era sopra di lui.
Urlava frasi incomprensibili ed ogni tanto gli mollava un calcio. Qaddar cercò di alzarsi in piedi e quando ci riuscì si senti straordinariamente debole.
Tentava di spiegare all’uomo che non voleva far niente di male e stare in pace con tutti. Questo si mise a ridere e gli sferrò un pugno che a lui parve una fucilata.
Volò qualche metro più in là, andando ad urtare qualcosa che subito dopo si mosse. Qaddar si spaventò, si accorse che era un corpo e, guardando meglio, riconobbe Xenia, una giovane che era sulla barca con lui.
Forse erano gli unici ad essersi salvati.
Rivedere un viso conosciuto gli dette forza, permettendogli di schivare un altro terribile colpo.
L’energumeno continuava ad urlare e pareva indistruttibile, Qaddar gli gettò della sabbia negli occhi e tentò di scappare, ma riuscì solo a farlo incazzare di più.
Dopo dieci secondi ce l’aveva ancora addosso e lo tempestava di pugni, finché la sua espressione trionfale si trasformò in una smorfia di doloroso disgusto.
Si accasciò e dietro lui comparve Xenia con un bastone in mano. Qaddar si risollevò ed osservò l’uomo che si stava contorcendo al suolo, guardò la ragazza e si scambiarono un brevissimo sguardo d’intesa.
Da quel momento erano legati per sempre.
Afferrò anche lui un grosso bastone ed insieme colpirono quel bastardo finché non dette più nessun segno di vita.
Si allontanarono di corsa e dopo un paio di chilometri si buttarono per terra sfiniti. “Come ti senti?” chiese ansimando Qaddar. La ragazza deglutì a fatica, poi rispose : “Bene, a parte il fatto che sto morendo di fame”. Qaddar scosse la testa in segno di assenso, anche lui aveva i crampi allo stomaco. Scattò in piedi, trovando chissà dove le forze necessarie. “Dobbiamo procurarci qualcosa da mangiare. Andiamo!”
Si rimisero in cammino senza sapere dove andare. Giunsero in un paesino sulla costa e lo girarono in lungo ed in largo, cercando di non dare nell’occhio.
La loro idea era quella di trovare una abitazione incustodita per entrarci e rubare qualcosa di commestibile.
Finalmente ne trovarono una che faceva al caso loro: era una piccola casa isolata a due piani, con le finestre abbassate. Suonarono il campanello, ma nessuno venne ad aprire, così provarono ad entrare. Fortunatamente sul retro c’era una porta a vetri, al riparo anche da occhi indiscreti e fu facile rompere il vetro e far scattare la serratura. Appena dentro si precipitarono in cucina aprendo subito il frigo e gli sportelli della dispensa. Non trovarono tanta roba e neanche particolarmente gustosa, ma a loro non importava granché.
Il pane, lo stufato con le patate, anche se freddo, la carne in scatola, in quel momento per loro due era nettare celestiale.
Mangiarono con gusto e senza parlare, scambiandosi ogni tanto sguardi di voluttà. Ad un tratto però Xenia si bloccò, lì per lì Qaddar non capì, poi si voltò terrorizzato. Sulla porta della cucina era comparsa una donna anziana all’apparenza ancor più spaventata di loro. Qaddar cercò di mantenere la calma, tentando di rasserenare la vecchia con buffe mosse ed indicando la roba da mangiare.
Voleva comunicarle che avevano solo fame e nessuna brutta intenzione.
La donna sorrise, poi si avvicinò al tavolo ed afferrò il tegame contenente lo stufato freddo, lo appoggiò sul gas ed accese la fiammella, poi fece segno ad Qaddar di sedersi. I due ragazzi tirarono un sospiro di sollievo, finalmente sulla loro strada avevano trovato qualcuno con un po’ di buon cuore.
Dopo aver mangiato Xenia incominciò a sbadigliare, la donna allora richiamò la loro attenzione e fece cenno di seguirla. Portò la coppia in un’altra parte della casa, aprì una porta e mostrò loro una camera con un letto matrimoniale. Qaddar la accarezzò per mostrare di aver apprezzato il gesto e si buttò sul letto, Xenia fece un mezzo inchino alla donna e si stese.
Piombarono subito in un sonno profondo.
Qaddar si svegliò di colpo, senza sapere quanto avesse dormito. Provava una strana sensazione, come se fosse in pericolo, forse era solo il frutto di un brutto sogno, ma decise di alzarsi senza fare rumore. Trovò la vecchia nel salotto: stava guardando la televisione ed in quel momento stava componendo un numero di telefono. Subito non dette importanza alla situazione, poi sul teleschermo riconobbe con un certo orrore la spiaggia di qualche ora prima e quando fecero vedere anche le foto dell’uomo ucciso si mise ad urlare. La donna scagliò via il telefono ed urlò anch’essa.
Si girò verso Qaddar, ma questa volta aveva gli occhi carichi di odio ed un coltello in mano. Il giovane non cercò di spiegarsi, ma badò a difendersi. La vecchia, rivelando un’insospettabile freschezza atletica, gli si avventò contro ferendolo ad un braccio.
Qaddar provò una forte sensazione di dolore e questo aumentò la sua voglia di colpire la vecchia maledetta. Il primo colpo andò a vuoto, ma il secondo centrò la donna in pieno volto e lei volò per terra e lasciando cadere il coltello.
Qaddar lo afferrò quasi senza pensarci. Intanto la megera si era già rialzata e, anche se era una maschera di sangue, riuscì ad afferrare un vaso ed a scagliarlo contro di lui, colpendolo in piena fronte. In quel momento il ragazzo non capì più nulla, tutta la rabbia che aveva in corpo saltò fuori. Emise un urlo disumano e con un balzo fu addosso alla donna vibrandole una serie imprecisata di coltellate.
Fu in quel momento che entrò Xenia; si portò le mani al volto e spalancò la bocca in segno di stupefatto orrore. Quando la vecchia si accasciò al suolo senza vita, disse tremante : “Ma perché l’hai fatto?” Qaddar non si voltò, ma chiuse gli occhi, come per cercare di respingere il raccapriccio di quella scena e commentò : “Ci aveva venduto. La televisione ha parlato di noi… dell’uomo sulla spiaggia. Non ho potuto fare altro”. Xenia si avvicinò a lui, non aveva più la voce tremante. “Dobbiamo andarcene al più presto”. Qaddar gettò il coltello al suolo. “Dammi solo il tempo di lavarmi”, disse. Portarono via dalla casa tutto quello che poteva avere un certo valore, ma la vecchia non possedeva molto denaro, tantomeno oro o gioielli. Nel cortile c’era però una piccola autovettura ed al calare della sera, la coppia se ne appropriò per cercare di allontanarsi da quel posto che aveva dato loro già tanti guai.
Il viaggio fu problematico, a parte il terrore di essere intercettati, non conoscevano le strade e non avevano la più pallida idea di dove andare a rifugiarsi.
All’alba del giorno successivo giunsero nei pressi di una grande città e si sentirono meglio: lì sarebbe stato più difficile essere rintracciati. Trovarono alloggio in una pensione di infimo ordine, un luogo di ritrovo per puttane, spacciatori ed, appunto, clandestini. Incontrarono anche dei compatrioti, che descrissero la vita fuori dal loro paese come un autentico paradiso, intanto però la stanze dove vivevano erano molto più schifose di quelle della loro casa d’origine.
Presto i pochi soldi finirono ed il padrone della pensione era stato chiaro: se avessero tentato di fregarlo, li avrebbe denunciati. Di lavoro non se ne parlava neanche, così scelsero l’unica strada: la prostituzione.
Qaddar e Xenia si guardarono in faccia, non riuscivano a trovare una via d’uscita. “Farà sempre meno male delle botte che ho già preso e sarà sempre meno brutta della fame…” disse lei ed uscì per la sua prima serata di lavoro.
Qualche tempo dopo i due ragazzi guardavano alla vita con una certa speranza, la strada dava Xenia i suoi primi frutti ed anche Qaddar aveva incominciato a fare certi lavoretti da corriere che gli avevano portato un po’ di soldi in tasca. Si sentirono addirittura in grado di festeggiare i loro progressi. Una sera restarono nella squallida stanza dell’alberghetto, a cenare come due veri fidanzati.
Per la prima volta erano allegri e leggeri ed entrambi capirono che la loro complicità, prima criminosa e poi d’affari, poteva trasformarsi anche in un legame più profondo.
Sentirono bussare alla porta. Qaddar chiese chi fosse, gli rispose il padrone della pensione. Il ragazzo andò ad aprire e fu investito da un pugno micidiale.
Xenia urlò, ma era del tutto inutile. Qaddar non ci capiva nulla.
La Polizia non poteva essere, vide solo un uomo dare dei soldi al padrone di quel tugurio. La porta si richiuse, fu circondato da quattro brutti tipi che parlavano la sua lingua. “Abbiamo saputo che vi siete messi in affari”, disse quello vestito meglio, che proseguì “Il problema è che qui nessuno può farlo senza il nostro permesso”. Si mise a ridere. Anche Qaddar rise. “Scusate, ma non lo sapevamo… Vi chiediamo scusa”. L’altro smise di ridere e lo colpì con un calcio in faccia, poi iniziò ad urlare istericamente. “Chi cazzo vi credete di essere? Siete solo due topi di fogna”, colpì di nuovo Qaddar allo stomaco, poi gli afferrò i capelli e gli ringhiò in un orecchio : “Spera solo che la merce della tua troia sia buona, altrimenti vi scaravento giù dalla finestra tutti e due.” Fece cenno ad altri due che immobilizzarono Xenia, lei si mise ad urlare, Qaddar cercò di intervenire, ma il quarto uomo gli puntò una pistola alla testa.
I tre che erano addosso alla ragazza a turno la violentarono coprendola di insulti, quando si sentirono soddisfatti, dettero un altro po’ di calci e pugni ad Qaddar, per poi andarsene. Sulla porta il capo puntò il dito contro Xenia. “Vedi di rimetterti subito in ordine, domani incomincerai a lavorare per me!”
Pianse tutta la notte, mentre Qaddar vomitava nel lavandino.
La vita divenne subito un inferno, perché i nuovi “datori di lavoro” di Xenia si prendevano quasi tutto l’introito ed anche per Qaddar il lavoro da corriere era calato, diventando anche più pericoloso. Al minimo screzio od errore piombavano in albergo un paio di gorilla e li riempivano di botte. Una mattina Qaddar passò a prendere Xenia al termine di uno dei soliti massacranti turni di lavoro, quando giunsero alla solita pensione, trovarono nell’ingresso uno degli uomini del capo. “Devi tornare al lavoro”, sentenziò brutalmente. “C’è stata una retata, devi sostituire quelle che hanno preso…” Xenia lo mandò a quel paese, ma l’uomo le rispose subito con un ceffone. Qaddar cercò d’intervenire un’altra volta e si beccò un ceffone pure lui.
Lo sgherro afferrò Xenia per un braccio e glielo torse con violenza. “Troia, tu devi fare quello che ti dico io”, poi si girò verso il padrone dell’albergo che si stava godendo la scena e disse, ridendo : “Vedi che sono solo dei vermi. Sono nati vermi e vermi moriranno”, tutti e due risero.
A Qaddar tornò la rabbia antica, quella che l’aveva portato a fuggire dal suo paese, quella rabbia che l’aveva più volte messo nei guai.
Afferrò la spranga che si usa per le saracinesche e colpì l’uomo del racket. Il pezzo di ferro era abbastanza pesante e bastarono solo tre colpi per aver ragione del bastardo. Il padrone della pensione uscì di corsa, ma Qaddar non lo inseguì, prese l’accendino e dette fuoco alle tende sudicie dell’ingresso. In pochi minuti tutto l’ambiente era in fiamme.
Erano di nuovo in fuga.
L’auto che avevano rubato aveva poca benzina e loro niente soldi, presto il racket avrebbe scatenato la ricerca attivando tutta la sua rete di informatori. Presto li avrebbero scovati, così decisero di viaggiare come nessuno mai si sarebbe aspettato: in treno.
Ancora una volta la destinazione non aveva nessuna importanza, arrivarono in stazione e presero il primo convoglio in partenza.
Quando dal finestrino videro allontanarsi quella città maledetta si sentirono meglio, ma la felicità non durò molto. Erano ancora perduti, nuovamente nudi.
Scesero ad una stanzioncina anonima e tranquilla giusto per riordinare le idee. “Dove andiamo adesso?” chiese Xenia spaurita, Qaddar sospirò. “Finora a sud ci è andata male, proviamo a nord”, la ragazza trovò la forza di ridere. “Bell’idea, ma con quali soldi ci andiamo?” Qaddar si mise a pensare, poi ebbe l’idea. “Ogni tanto passa qualche treno stracarico di gente, lì non controllano i biglietti, il primo sarà nostro”. L’attesa non fu tanto lunga, perché era domenica e in prima serata si fermò proprio un convoglio speciale per tifosi. Lì non si sarebbero certo azzardati a controllare i biglietti.
I due ragazzi s’intrufolarono in uno stipatissimo corridoio e riuscirono a sistemarsi sedendosi sul pavimento. Il viaggio fu lungo, ma tranquillo. Di personale di controllo, neanche l’ombra, ogni tanto si udiva qualche grido o qualche coro irriverente, ma era ordinaria amministrazione. A notte fonda giunsero nella città di destinazione, il treno stava rallentando, ormai nei pressi della stazione, quando si sentì urlare e sbattere dal fondo del convoglio.
Tutti pensarono ad un gruppetto di facinorosi allegri per il ritorno a casa, finché non si presentarono sei o sette skinheads. Le svastiche sui giubbotti e le catene in mano, facevano intuire di chi si trattasse.
Erano ubriachi, urlavano, spingevano e scalciavano la gente, che si guardava bene dal protestare, spaccavano vetri e tutte le cose che trovavano lungo la loro strada. Senza tanto ritegno calpestarono anche Xenia ed Qaddar, ma non li presero in considerazione. L’ultimo della fila però si girò un attimo e quando vide in faccia Qaddar, sembrò avere una folgorazione. Gridò qualcosa agli altri che si bloccarono e fecero dietro-front. Dopo pochi attimi i due ragazzi avevano tutta la teppaglia addosso. Parlavano un dialetto incomprensibile e ridevano spesso fra loro, sembravano un branco di lupi affamati. Di colpo incominciarono prima a sputare ad Qaddar, poi riempirlo di pugni e, una volta a terra, di calci. Xenia si mise ad urlare, ma la gente lì intorno fece finta di nulla. Due dei naziskin mollarono Qaddar per avventarsi su di lei e darle schiaffi e pugni. Menavano poi si fermavano per dirsi qualcosa e ridere insieme, tutti soddisfatti, poi tornavano a menare. Uno tirò fuori un coltello, ma Xenia nella bagarre riuscì a portarglielo via, questo si voltò sorpreso e la ragazza glielo piantò nello stomaco.
L’attimo di stupore successivo, che annichilì il gruppo degli aggressori, servì ai due ragazzi per scappare, ma furono inseguiti. Potevano sentire il fiato di quelle bestie sul collo, toccare con mano la loro collera e la loro voglia di vendicarsi.
Il treno aveva ripreso velocità, Qaddar tentò il tutto per tutto e si attaccò al freno. Il caos che ne seguì fu indescrivibile, ma servì alle due prede per sfuggire alla furia omicida dei cacciatori.
Si gettarono fuori dal treno insieme ad altri, nel buio e corsero via, all’impazzata, tenendosi per mano. Aspettarono nascosti sotto un vagone che le acque si calmassero, poi alle prime luci del mattino decisero di muoversi.
Non sapevano dove andare, ma s’incamminarono lungo la grande arteria che costeggiava i binari. Un auto si fermò e scese un uomo anziano che disse loro qualcosa. Qaddar pensò si trattasse di uno che voleva informazioni e gli fece cenno di lasciar perdere, ma l’uomo insistette indicando Xenia, allora si avvicinarono. I tre iniziarono un buffissimo dialogo fatto di gesti e mezze parole, ma le richieste del vecchio furono presto chiare: voleva scoparsi Xenia.
Si slacciò anche i pantaloni e tirò fuori l’uccello ridendo, forse a testimonianza del suo vigore. Xenia era disgustata e se ne voleva andare, ma l’uomo le fece vedere un bel po’ di soldi, così guardò rassegnata Qaddar che scosse la testa.
L’uomo accostò l’auto e fece salire la ragazza, dopo neanche un minuto era pronto ad ingropparsela. Qaddar si sedette sul marciapiede aspettando la fine dell’amplesso. Ad un incrocio poco distante sostava un lavavetri, che, incuriosito, si avvicinò. Qaddar lì per lì non ci fece caso, ma poi vide che il ficcanaso s’interessava un po’ troppo da vicino su quello che succedeva nell’auto, così gli tirò un sasso. Questo capì, ma dopo tornò ancora da quelle parti. “Si danno da fare, eh?” disse ghignando, parlava la sua lingua, ma era uno straniero, un immigrato di un altro paese, che chissà quante altre lingue conosceva.
“Che cazzo vuoi?” gli chiese Qaddar, l’altro continuò a sorridere da perfetto stronzo. “Siete arrivati da poco in città, ma la tua amica si sta già dando da fare, eh?” Qaddar stava perdendo la pazienza. “Perché non ti togli dalle palle, stronzo?” ma quello sembrava non sentire e rideva, lo stronzo. “Deve essere una buona puttana, se ha un successo così grande…” Qaddar si alzò in piedi per colpire il bastardo, ma sentì urlare Xenia da dentro l’auto. Il ragazzo corse a vedere: l’uomo era disteso e rigido in una ridicola posizione; Xenia seminuda con le mani che coprivano il volto in segno di disperazione. “E’ morto” disse lei. Il cuore del vecchio chiavatore non aveva retto. Il lavavetri stronzo, invece, era lì a godersi la scena, rideva ancor più di prima “E’ proprio una buona puttana… si da’ veramente da fare, eh?”
Qaddar gli mollò un pugno in faccia e lo fece volare lontano, poi si sistemò al posto di guida, mise in moto e partì sgommando. “Che facciamo?” chiese Xenia. Il ragazzo ci pensò un po’ su, poi sentenziò: “Svuotagli il portafoglio, guarda se ha anelli e catene e portagli via anche l’orologio. Appena troviamo il posto giusto lo scarichiamo”. Il posto giusto era un canale vicino a delle industrie, dove gettarono il corpo dell’uomo.
Il vecchio era ben fornito di denaro ed oro e questo permise loro di sistemarsi in città per bene. Presto, come al solito i soldi finirono, così ricominciarono la vita di sempre. Xenia tornò a prostituirsi ed a Qaddar toccò il solito lavoro da corriere per spacciatori di basso livello. Questa volta nessuno dette loro fastidoi, ma fu Qaddar a mettersi nei casini da solo, perché, a forza di portare in giro roba, decise di assaggiarla e non ce la fece più a smettere. La cosa aveva provocato la reazione negativa di Xenia, che aveva minacciato anche il ragazzo di mollarlo al suo destino, ma poi la minaccia non veniva mai messa in atto, perché ormai fra i due c’era un profondissimo legame. Nessuno riusciva a stare senza l’altro.
Un pomeriggio si trovavano a passeggiare al freddo per le vie della città e Qaddar si domandò ad alta voce : “Cosa sarebbe stata la mia vita, se non ci fossimo incontrati?” Xenia restò sorpresa da questa frase. “Me lo devi dire tu, credo”.
Il ragazzo ripassò mentalmente quell’ultimo scorcio della sua esistenza.
“Credo che a parte la sfortuna… forse sono io che porto sventura… credo che incontrarti, sia stata la cosa più bella che potesse capitarmi”. Xenia sorrise e cercò di schernirsi, imbarazzata.
“Anch’io credo”. Qaddar riprese timidamente. “Forse… forse siamo innamorati… e non lo sappiamo”. Questa volta Xenia non ce la fece a trattenere le lacrime ed abbracciò con forza Qaddar.
Restarono fermi in quella posizione per un po’, poi si baciarono. Camminarono fino a casa senza dire nulla. Dopo essere saliti nella loro camera della solita squallida pensione, fecero l’amore.
Fu il primo vero attimo di vita da tempo, per tutti e due. Al silenzio erano seguiti i mugolii di piacere ed ai sospiri erano seguite le parole. Un fiume di parole in libertà. Xenia ed Qaddar parlarono di come uscire da quella situazione, di come fare un po’ di soldi e tornare a casa, di come vivere una vita normale. Sembrava semplice a parole, ma non lo era ed i sogni tornarono presto ad essere incubi.
Una mattina bussarono alla porta. Chiesero chi era e questo rispose. “Un amico”, nella loro lingua. Quando Qaddar aprì l’uscio restò interdetto, davanti a lui c’era il lavavetri incontrato vicino alla stazione. Aveva sempre il solito sorriso da stronzo, beffardo e tagliente. “Sei contento di vedermi?” chiese. “No? Non me ne frega un cazzo. Io invece sì.” Entrò senza tanti complimenti e sorrise anche a Xenia.
“Vedo che c’è anche la tua troia. Gran buona troia!” Qaddar sentì ribollire il sangue, come la prima volta che aveva incontrato quello strano individuo.
“Vedi di dirmi subito cosa cazzo vuoi, prima che ti sbatta fuori a calci in culo”. L’altro non perse il buon umore, si sedette comodamente e si mise a parlare tranquillamente “Fossi in te non sarei così scortese. Vedi, c’è un mucchio di gente che ti cerca. Qui c’è una strana storia di un morto buttato in un canale, di un accoltellato su un treno da parte di una coppia che vi assomiglia molto ed in giro si parla molto di voi anche per una storia di un albergo andato a fuoco… siete gente movimentata. Mi piacete!”
Xenia ed Qaddar si sentirono perduti, l’altro proseguì. “Quindi vi voglio aiutare, siete stati fortunati ad incontrare me”. Il ghigno si trasformò in una risatina isterica. Qaddar schiumava dalla rabbia, ma doveva contenersi “Che cosa vuoi?” bofonchiò. Il simpaticone divenne serio. “E’ molto semplice: io potrei ottenere il permesso di soggiorno ed un lavoro, ma chi me lo offre, vuole qualcosa in cambio. E’ una persona importante, influente, io conosco solo gente così, ma c’è un tizio che gli da’ molto fastidio, poverino. Io dovrei aiutarlo a… toglierlo dal mezzo!”
Seguì un silenzio glaciale, finché lo sconosciuto non riprese. “Solo che io queste cose non le so fare, sono un artista io e, capite, è un bel problema! Ecco perché ho pensato a voi. Voi siete le persone giuste per questo lavoro”.
Qaddar prese l’uomo per il petto e gridò : “Così io dovrei dare una lezione ad uno che non mi ha fatto nulla, solo per toglierti dai casini?” L’altro sorrise e rispose serafico. “Non gli devi dare una lezione, lo devi solo uccidere!”
Qaddar mollò la presa, l’uomo buttò sul letto una busta. “Qui ci sono i dati del tuo obbiettivo, se domani sera non l’avrai ammazzato, andrò da chi sapete voi.” Si voltò verso Xenia e fece un inchino. “Ciao troia!” furono le sue ultime parole, prima di uscire.
Qaddar fu preso dallo sconforto e si buttò sul letto a piangere, Xenia cercò di consolarlo. “Adesso che facciamo?” Qaddar bestemmiò poi disse : “Non abbiamo scelta”. Più tardi aprì la busta, lesse il nome della vittima designata e guardò la foto: era un vecchio, un professor taldeitali che abitava in centro. Nel giro non gli fu difficile procurarsi una pistola, se la infilò in tasca e sotto la pioggia si recò a casa del professore. Suonò alla porta ed a sorpresa fu proprio il vecchio ad aprire la porta: un’occasione irripetibile, ma si bloccò. Il professore stava a malapena in piedi reggendosi su due stampelle. “Desidera?” chiese; Qaddar non riuscì a rispondergli, non era capace neanche di guardarlo negli occhi.
Pioveva a dirotto, il vecchio sbottò : “Ma benedetto figliolo sei fradicio, vieni dentro”, il ragazzo seguì il suo consiglio. “Allora a cosa devo questa visita?” insistette il professore, ma Qaddar ancora una volta non rispose, anche perché non aveva risposta, l’unica, la più terribile, ce l’aveva in tasca, ma non riusciva a tirarla fuori.
“Ho capito”, disse improvvisamente il professore. “Tu sei venuto qua per uccidermi”. Qaddar si sentì male, il vecchio nonostante facesse fatica a stare in piedi, si fece sotto al ragazzo per cercare di incrociarne lo sguardo. “Allora cosa aspetti?” chiese con fermezza. Qaddar riaprì la porta e corse via.
Xenia lo stava aspettando trepdante alla pensione.
Quando arrivò corse ad abbracciarlo. Il ragazzo si mise a piangere. “Siamo nella merda, non l’ho ucciso. Non ce l’ho fatta, era una brava persona, a differenza di questi bastardi!” Xenia sorrise. “Sono contenta, preferisco così”.
Si abbandonarono ancora per un po’ uno fra le braccia dell’altra, ma poco più tardi sotto un’acqua torrenziale erano di nuovo per la strada, ancora in fuga. Girarono per vari giorni in autobus, a piedi e qualche volta facendo l’autostop. Come sempre i soldi erano pochi, la fame e la paura tanta.
Trovarono una baracca incustodita nei pressi di un insediamento industriale e, nonostante il freddo, ci stettero per vari giorni.
All’inizio fu Qaddar a stare male, grazie anche alle crisi di astinenza per droga, poi anche Xenia accusò inspiegabili giramenti di testa e vomito, finché capì.
“Sono incinta”, disse un giorno, ormai ridotta allo stremo delle forze. Qaddar non riusciva ad avere nessun tipo di reazione. “Di chi è?” chiese laconicamente. “Il tuo”, rispose Xenia, ma il ragazzo non era convinto. “Come fai ad essere così sicura ?” Lei sorrise. “Lo sento”.
Qaddar non insistette, lo faceva star bene pensare che finalmente nasceva qualcosa dal suo operato, qualcosa di vivo, non solo dolore e morte.
La nuova figura paterna gli dette una nuova forza. “Dobbiamo andar via di qua”, disse.
Xenia ormai era ridotta ad una larva. Qaddar riuscì a rubare un’auto, dove trovò anche un portafoglio con un po’ di soldi. Questi servirono per sfamarsi e, dopo un po’ di chilometri di fuga, si fermarono in un bar lungo un’autostrada. Prima di riprendere il viaggio Qaddar si appartò momentaneamente per andare in bagno. Da lontano vide un’auto avvicinarsi a Xenia. Scesero due uomini e la bloccarono. Qaddar impugnò la pistola che aveva ancora con sé, pensava che li avessero già trovati.
Uno dei due uomini mostrò a Xenia un tesserino: erano poliziotti.
Parlarono un po’ con lei che scuoteva continuamente la testa. Di nascosto Qaddar si era avvicinato ai due uomini ed ormai li aveva perfettamente a tiro.
Prese la mira, ma non sparò.
Qualcosa lo bloccò un’altra volta.
Xenia si era accorta della sua presenza e lo guardava con intensa curiosità, ma Qaddar non intervenne.
Arrivò un’ambulanza da cui scese un medico, osservò Xenia mentre un infermiere le metteva una coperta sulle spalle. Qaddar si sentì bene: Xenia era al sicuro e con lei suo figlio.
Li avrebbero curati e ristorati, poi li avrebbero rispediti a casa. Di nuovo verso la miseria forse, ma anche verso quelle radici che avevano dato loro forza, anche nei momenti difficili.
Mentre li guardava allontanarsi, pensò che forse suo figlio avrebbe conosciuto un mondo migliore.

Archiviato in: Racconti — Stefano @ 21:41

29 Dicembre 2014

Top 20 - Anno 2014

Anno non formidabile, questo il meglio:

ARCA – Xen – Mute
A WINGED VICTORY FOR THE SULLEN – Atomos - Kranky
BADBADNOTGOOD – III – Innovative Leisure
BARZIN – To live alone in that long summer - Ghost
COLDPLAY – Ghost Stories – Parlophone
DAVID CROSBY – Croz – Blue Castle
DEATH HAS NO DOMINION – D.H.N.D. – SQE Music
DEERHOOF – La Isla Bonita - Polyvinyl
EAGULLS – Eagulls – Partisan
LISA GERRARD – Twilight Kingdom – Gerrard
HAVE A NICE LIFE – The Unnatural World – Enemies List
HIGH HAZELS – H.H. – Heist of hit
LA HELL GANG – Thru me again – Mexican Summer
MAGIC NUMBERS – Alias – Caroline Int.
ZARA MC FARLANE – If you knew her - Brownswood
MARISSA NADLER – July – Sacred Bones
SLEAFORD MODS – Divide and exit – Harbinger Sound
STRAND OF OAKS – Heal – Dead Oceans
TEMPLE OF DUST – Capricorn - DIHO
SHARON VAN ETTEN – Are we there – Jagjaguwar

Archiviato in: Perché? — Stefano @ 22:13

29 Dicembre 2013

Top 20 - Anno 2013

Nessun album memorabile, comunque i migliori:

ARBORETOUM – Coming out of the fog – Thrill Jockey
BLACK ANGELS – Indigo Meadow – Blue Horizon
BLACK HEARTED BROTHER – Stars are at our home- Slumberland
BORED NOTHING – Bored Nothing – Cooperative Music
JAKE BUGG – Shangri-la - Virgin
CLOUD CONTROL – Dream cave - Infectious
CRASH OF RHINOS – Knots – To lose la track
DARKSIDE – Psychic - Matador
DAUGHTER – If you leave - 4AD
ESBEN AND THE WITCH – Wash the sins not only the face - Matador
FLAMING LIPS – The Terror – Bella Union
GIRLS IN HAWAII – Everest – Naïve          
INNODE – Gridshifter – Ed. Mego
JEX THOTH – Blood Moon Rise – I hate
MARK KOZELEK & J.LAVALLE – Perils of the sea – Caldo Verde
KYLESA – Ultraviolet – S. of Mist
LUMERIANS – The high frontier - Partisan
MOONFACE – Julia with blue jeans on - Jagjaguwar
AGNES OBEL – Aventine – PIAS
STILL CORNERS – Strange pleasures – Sub Pop
 

Archiviato in: Perché? — Stefano @ 23:38

5 Gennaio 2013

Top 20 Anno 2012

Altro anno non memorabile per la musica ma…

THE BOATS – Ballads of the research department – 12K

CLOUD NOTHINGS – Attack on memory – Carpark Rec.

DEAD CAN DANCE – Anastasis – PIAS

GIARDINI DI MIRO’ – Good luck – Santeria

GRAVENHURST – The ghost in daylight – Warp

GLEN HANSARD – Rhythm and repose – Anti

HOW TO DRESS WELL – Total loss – Weird World

DAMIEN JURADO – Maraqopa – Sec. Canadian

MINT JULEP – Save your season – Unseen

MOUNT EERIE  - Clear moon – Elverum e Sun

NEUROSIS – Honor found in decay – Neurot

OM – Advaitic songs – Drag City

PALLBEARER – Sorrow and extinction – Profound Lore

PIANO MAGIC – Life has not finished with me yet – Second Language

POLIcA – Give you the ghost – Memphis Ind.

RIVAL SONS – Head down – Earache

SLEEPY SUN – Spine hits – The End

SWANS – The Seer – Young God

JESSIE WARE – Devotion – Island

WITCHCRAFT – Legend – Nuclear Blast

Archiviato in: Perché? — Stefano @ 00:20

6 Gennaio 2012

What a wonderful world (Racconto)

What a wonderful world - LOUIS AMSTRONG

Le cose ormai non funzionavano più fra Denis e Matilde.

Erano sposati da dodici anni e non avevano figli.

Non si trattava però di stanchezza, di una crisi dovuta al logorio del tempo, né sembravano, come si dice a volte, fratello e sorella, più che altro era finita la magia e nessuno lottava più per recuperare il terreno perduto. (continua…)

Archiviato in: Racconti — Stefano @ 01:18

5 Gennaio 2012

Top 20 Anno 2011

In un anno di uscite non straordinarie ecco la mia Top 20 musicale.

BEVIS FROND - The leaving of London - Woronzow

BRUTAL TRUTH - End time – Relapse

CHARALAMBIDES  - Exile  – Kranky

COLDPLAY  - Mylo Xyloto - Parlophone

DUM DUM GIRLS  - Only in dreams – Sub Pop

ENSEMBLE   - Excertps  – Fat Cat

FOVEA HEX  - Here is where we used to sing – Janet

TIM HECKER  - Ravedeath 1972 – Kranky

LOW - C’mon – Sub Pop

MASERATI - Pyramid of the sun – Temporary Resistence

OTHER LIVES “Tamer animals – TBD

PONTIAK – Comecrudos - Thrill Jockey

PSYCHIC ILLS  - Hazed dreams – Sacred Bones

RICHMOND FONTAINE - The high country – Decor

SOCIAL DISTORTION - Hard times and nursery rhymes – Epitaph

SONS AND DAUGHTERS  - Mirror mirror – Domino

WASHED OUT - Within and without – Sub Pop

WILD BEASTS - Smother – Domino

WOODEN SHJIPS - West – Thrill Jockey

JAMIE WOON - Mirrorwriting – Polydor

Archiviato in: Perché? — Stefano @ 09:11

5 Giugno 2011

Yellow Moon (racconto)

“Yellow Moon” – Neville Brothers
 

Lo chiamavano “Lo Squalo” per la sua ingordigia.
Era partito dal nulla e con il trascorrere del tempo, aveva creato un impero economico che toccava tutti i continenti. (continua…)

Archiviato in: Racconti — Stefano @ 23:11

22 Febbraio 2011

Il grande freddo

Per chi non lo sapesse, i giorni della Merla sono i più freddi dell’anno, quelli di fine gennaio. Il freddo non è più dunque un sensuale avviso di cambiamento come può esserlo il primo vento autunnale, od una robusta e gioiosa compagna di giochi come la neve natalizia, ma un glaciale sentimento interiore che ti avvicina al freddo della notte eterna, della morte. (continua…)

Archiviato in: Come?, Recensioni — Stefano @ 23:51

15 Gennaio 2011

I love NY

Casualmente mi sono trovato a leggere due libri nello stesso periodo, molto diversi tra loro, ma con vari punti in comune; trattasi di: “Un giorno verrò a lanciare sassi alla tua finestra” di Claudia Durastanti e “Say Goodbye” di Delfina Rattazzi. Le due autrici non potrebbero essere più distanti per stile e storia personale e lo stesso vale per le due opere, un romanzo l’uno, un memoir l’altro. Sullo sfondo di entrambi i libri si staglia però un’unica vera, gigantesca protagonista: la città di New York. Delfina, uno dei rami più fioriti dell’albero genealogico di una delle grandi famiglie italiane, va con la memoria ai suoi vent’anni quando negli anni settanta la Grande Mela era uno straordinario crogiuolo di idee e dove l’unico metro di valutazione era il talento  raccontando del suo quotidiano vissuto al fianco di personaggi che definire leggendari non è affatto un’esagerazione. Claudia a New York ci è nata, ma nel decennio successivo, quando il denaro è diventato l’autentico signore della città, ma proprio da fine seventies fa partire il suo romanzo. I suoi personaggi aspirano ad una grandezza che sanno di non avere e già dai nomi (Zelda e Francis, Edward Hopper) si propongono come una replica di miti americani. Dall’altra parte si abusa della leggenda, ma con aplomb tipicamente sabaudo; ecco dunque un invito: “Vieni stasera a vedere un giovane di belle speranze, si chiama Springsteen” o quella conversazione telefonica che non trovi nemmeno in un film: “Cosa stai facendo?” “Aspetto Jagger per prendere un the”.  Parrebbe dunque non esserci partita ed invece i punti di contatto fra le pagine, ma soprattutto fra le due esperienze sono più di una. Delfina infatti non si mette a misurare la statura dei giganti, per quello ci sono i libri di storia, le antologie ed oggi Wikipedia, ma coglie l’intensità dell’ombra alle loro spalle, mentre Claudia, raccontando il dolore della crescita al di là di qualsiasi perversione, consegna ai suoi personaggi una grandezza non rintracciabile di solito all’interno di esistenze così monocromatiche. Per caso tutte e due si trovano a parlare di Patti Smith, ma sappiamo benissimo che è tutto fuorché è una coincidenza, perché se le architravi di un’esperienza sono NY e gli anni settanta, lo spettro con la chitarra elettrica, al pari di Lou Reed, Mapplethorpe e pochi altri, non può non infestare le notti del suo sognatore. Non c’è però elegia per la Grande Mela, tutt’altro, qui si parla di una prostituta affascinante, ma infetta ed è il brulicare dei destini che si incrociano il vero dna di una città che un luogo comune piuttosto diffuso ci dice non essere America, ma il Mondo. Torna in mente l’incipit de “La Città nuda” di Dassin (The Naked City come la band più spericolata di John Zorn, terrorista sonoro e newyorchese pure lui) dove si recita “Vi sono otto milioni (ora molte di più, si era nel 1948…)  di vicende nella Città Nuda, una metropoli dove la vita della star può essere malinconica e quella dell’impiegato molto più eccitante, ma dove si lasciano anche un sacco di rimpianti, come poi in ogni parte del pianeta. Anche la più grande tragedia che ha colpito gli States negli ultimi anni lascia solo un’ombra sottoforma di ricordo, molto bello quello di Berry Berenson, sorella di Marisa ed amorevole moglie di Antony Perkins, amato seppur gay, perché ciò che conta è correre verso un sogno, ma il suo si infrange una mattina di settembre su una delle Torri. C’è una grande fame di esperienza in entrambi i libri ed alla fine ci troviamo davanti ad un grande affresco della gioventù, con tanti ideali infranti per cui però valeva la pena di vivere, sia che tu sia Hunter Thompson od un pittore di talento che finisce per curare mostre di altri. Un’esistenza che ti può portare dall’essere un semplice ragazzo introverso, perché abbandonato, a diventare un criminale neo-nazi, ma anche vivere dalla parte sbagliata del rancore e poi, come diceva Dylan (un altro che a New York ha trovato l’aria giusta da respirare) “Bringing it all back home” riportare tutto a casa, trovare finalmente la pace e qualcuno che scopri  interessato a te pronto a “lanciare sassi alla tua finestra” per svegliarti dal torpore e poter entrare nella tua vita.
New York è un’esaltazione sia della carne che dello spirito e se può far brillare alcuni, può travolgere altri, ma certo entra nelle pelle per non abbandonarti mai; così la Rattazzi chiude i suoi ricordi malinconicamente pensando che solo il passato può scaldarle il cuore ormai, mentre la Durastanti si protende verso il futuro lasciando una traccia che assomiglia ad un arcobaleno. L’enigma newyorchese pare dunque inesplicabile al pari di tutti quei milioni di destini, ma la risposta ce la da’ proprio Claudia a pagina 264 in uno dei momenti più belli del suo notevole romanzo quando scrive “ma questa è la vita che abbiamo, questo è il tempo che ci è concesso”; pare un banale invito a “cogliere l’attimo” invece è una magnifica rivincita, perché non c’è mai fine in nessuna cosa, solo nuovi inizi (Ci sono stelle/ per le strade di NY/ noi le filmeremo/ ma se nessuno vuole vederle/ noi ne creeremo ancora e ancora – Lou Reed – Starlight)

Archiviato in: Come?, Recensioni — Stefano @ 12:41
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